Comunicare non è un optional. Non lo è a maggior ragione in un’era dove la differenza labile tra realtà e finzione, tra notizia vera e fake viaggia alla velocità della luce attraverso social e nuovi media.
Non lo è nel mondo del calcio, dove la Roma ha oggettivamente perso un posto di rilievo a livello mediatico. Personificando la società in alcuni soggetti, su tutti Mourinho, la proprietà americana pensava di raccogliere il jackpot massimo. E’ arrivato un trofeo, una finale scippata, ma la qualificazione in Champions è un miraggio ormai distante sei anni.
L’ultimo anno e mezzo ha messo a dura prova la pazienza del tifoso romanista. La passione allo stadio è rimasta quasi del tutto intatta, ma la critica e la conseguente, inevitabile, insoddisfazione sta montando di giorno in giorno. Prima della scelta dell’allenatore, di scoprire quando verrà presentato il progetto stadio, di scoprire le nomine dirigenziali che mancano e se Ranieri rimarrà nel ruolo di ‘senior advisor’, i Friedkin dovrebbero rispondere alla madre di tutte le domande: “Cosa volete fare della Roma”?
Dopo cinque anni di gestione, la sensazione è di esser tornati un po’ all’anno zero. La squadra ha subito una profonda metamorfosi – l’unico titolare inamovibile dell’ultimo quinquennio è rimasto Mancini – ma sul campo non c’è stata evoluzione. Speranze tante, prospettive di crescita e potenzialità altrettante, ma a dama la Roma non c’è mai arrivata.
Nel frattempo non è chiaro cosa abbiano in mente i Friedkin, con Dan distante dal club giallorosso fisicamente da settembre scorso, dedito ai propri affari, all’acquisto dell’Everton e chissà a quale altro investimento immobiliare. I dirigenti di Trigoria assicurano che il contatto con i proprietari americani è costante e quotidiano, ma all’esterno sembra quasi non interessare più. Di certo sembrano lontani i tempi delle grandi ovazioni a Ciampino, delle attese spasmodiche sui portali di riferimento per seguire la trasvolata oceanica del presidente a bordo del suo jet privato. Oggi molta gente spera addirittura che possano vendere al più presto la società.

Sembra ormai essersi spenta anche la speranza del grande annuncio. Ranieri in un paio di occasioni ha sottolineato che i proprietari dei club americani sono così: schivi, riservati, silenti. Operano e annunciano, senza perdersi in chiacchiere. Detto che non tutti si comportano così, forse bisogna anche saper interpretare i momenti. Quando la Roma viaggiava in pompa magna sulle ali di Mou, l’assenza o la presenza dei Friedkin era un tema totalmente oscurato dalla luce dello Special One.
Con l’avvento di De Rossi la piazza, o buona parte di essa, si è riunita intorno alla bandiera, sperando di vivere una rincorsa romantica verso la costruzione di una squadra in grado di giocar bene e arrivare a vincere. Un sogno spezzato senza apparenti motivazioni sportive con l’aggravante di aver gettato la squadra nell’abisso di una gestione tecnica che in poche settimane la stava spedendo nel baratro della lotta salvezza. Il terzo personaggio che ha catalizzato su di sè l’attenzione è stato Claudio Ranieri, che però in queste ultime settimane ha pubblicamente posto un aut aut alla società: “se conto resto, altrimenti vado via”.

Tre uomini diversi, tre scelte apparse a tanti anche di comodo, ma la programmazione dov’è? La domanda a cui Dan e Ryan dovrebbero rispondere una volta per tutte, anche solo come forma di rispetto per gli oltre 5 milioni di tifosi che in queste quattro stagioni post covid sono tornate all’Olimpico, sgretolando qualsiasi record di presenza della storia moderna giallorossa.
Comunicare non è un optional. Quel consenso praticamente unanime conquistato con tutta una serie di buone scelte, non solo sportive, si è eroso nel giro degli ultimi mesi. Ma il calcio dà sempre una seconda chance, il problema è volerlo.



Ogni tanto fanno piacere articoli del genere sperando che facciano effetto ma ne dubito