Zibi Boniek ha spento settanta candeline. Diviso tra l’affetto delle due piazze che lo hanno reso grande in Italia – Roma e Torino – osserva oggi le dinamiche della Serie A, dove i giallorossi sono impegnati in una volata Champions serratissima. In un’intervista rilasciata a La Stampa, Boniek non si limita ai ricordi, ma analizza anche il futuro del calcio italiano e le ambizioni della squadra di Gian Piero Gasperini.
Sull’affetto ricevuto per il suo compleanno, Boniek ha risposto con ironia: «Più giallorossi o bianconeri non saprei, ma posso dire che mi hanno scritto anche dei laziali! Mi sono sentito amato, circondato da tanti amici. È stato bello ed emozionante, ho ricevuto video e messaggi dai dirigenti della Fifa e della Uefa, a cominciare da Infantino e Ceferin, da tanti ex compagni».
Boniek: «Juventus e Roma sono sempre state battagliere»
Tornando agli anni vissuti nella Capitale: «Eh… Mi viene in mente una sconfitta: il 2-3 contro il Lecce (1986, ndr). Se avessimo vinto, saremmo rimasti a pari punti con la Juventus e battendo anche il Como all’ultima giornata avremmo fatto lo spareggio scudetto».
Riflettendo tra il passato e il campionato di oggi, con Juventus, Roma e Como ai vertici, Boniek ha ricordato: «È la storia, sì! Juventus e Roma sono sempre state battagliere: all’epoca c’era Agnelli, c’era Boniperti, c’era Viola. C’erano anche molti scontri verbali e battute. La rivalità era vissuta su sponda Roma ancor più che sul fronte bianconero».
Boniek: «Per come gioca a calcio, la favorita è il Como»
Sul quarto posto: «Per come gioca a calcio, la favorita è il Como. Ma per la storia, la piazza, il blasone, penso che non molleranno né la Roma né la Juventus».Poi scherzando su quale innesto servirebbe alla Roma di oggi per fare il salto di qualità definitivo, ha risposto con una battuta: «Alla Roma Boniek! Mi piacerebbe giocare ancora oggi».
Infine, una riflessione sulla gestione dei giovani in Italia: «Il problema in Italia, semmai, è trovare il modo per far sì che un forte giocatore di 15-16 anni non si perda per strada e diventi poi un calciatore completo a 20-21 anni. Secondo me c’è troppa gente in giro che ti fa credere di essere un fenomeno quando invece hai ancora tutto da costruire. Procuratori, soldi, immagine, fretta di arrivare. Non bisognerebbe saltare le tappe: carriera precoce spesso diventa carriera veloce. E c’è un altro aspetto importante: gli italiani raramente vanno all’estero, questo invece aiuterebbe».




