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Rassegna Stampa

Nainggolan: “Zaniolo massacrato come me. Rimpiango Roma, ho passato lì anni importanti”

Parla l’ex centrocampista giallorosso

Un’esperienza importante con la maglia della Roma, prima di finire all’Inter e ora al Cagliari. Radja Nainggolan si racconta a “Il Corriere dello Sport” e lo fa senza filtri, riavvolgendo il nastro della sua carriera.

Rimpiangi Conte?

(Sospiro). È un grandissimo tecnico. Ma sono rimasto ferito quando dopo avermi concesso solo otto minuti di partita mi ha indicato come un responsabile di tutto.

Ti è sembrato ingiusto. 

Che potevo fare in otto minuti? Ma non ho aperto polemiche allora, non lo faccio nemmeno adesso. È andata così.

A Cagliari hai ritrovato DiFra. 

È un allenatore di rango, uno che punta sul gioco. Non è da tutti. A Cagliari ha messo in campo dei giocatori di prospettiva. Vuol fare cose importanti.

Rimpiangi la Roma?

Si. È una città in cui ho passato quattro anni e mezzo importanti.

E ci torni spesso. 

C’ero anche pochi giorni fa per le visite e i tifosi mi fermavano: “A Radja… ma tu devi tornà aaròmaa!” Ah ah ah. È bello, no?

Cosa? 

Non si dimenticano di me. Vuol dire che qualcosa di importante in questa città l’ho lasciato

Mi dici il momento più bello che hai vissuto in giallorosso?

Non ho dubbi. La semifinale di Champions. Con Di Francesco in panchina abbiamo ribaltato il Barcellona.

Su Zaniolo. 

Vedo che sta subendo quello che ho subìto io. Lo hanno messo nel mirino.

Tu ci sei passato, nel tritacarne dei social, con la vicenda della nottata di Capodanno. 

E l’ho pagata. Voglio dirlo chiaramente: ho sbagliato io, non dovevo bere, non dovevo comportarmi così. Ma chi è che non fa un errore, nella vita?

È duro reggere al bombardamento? 

Mi rivedo in Zaniolo perché anche io sono attaccato, trollato sui social. È facile essere messi in mezzo. L’unico modo è ignorare, fregarsene.

Ti dipingevano sempre in giro nei bar

E lo farebbero anche oggi. Peccato per loro che siano chiusi, ora non possono più dirlo. Ma il punto è quando diventi un bersaglio.

Hai un consiglio per Zaniolo?

Io non faccio il maestro di vita che dà consigli. Ma l’unico modo che ha per rispondere è il campo. Per il resto deve farsi forza e andare avanti. A chi lo attacca risponderò con le prime partite che gioca.

Raccontami bene quell’impresa della Champions.

Abbiamo sfiorato la Coppa dei Campioni. E abbiamo compiuto l’impresa più bella.

Con il Barcellona.

Sai che ci ho ripensato molto in questi anni? Perdi 4-1 e pensi che recuperare sia impossibile, poi riesci in un’impresa.

E cosa hai pensato?

Ne discutevo all’Inter con Kolarov: cercavamo di capire insieme come abbiamo fatto. Ma fu un’onda di consapevolezza che si diffuse in città, nella squadra. Noi eravamo sicuri di fare risultato.

E da dove veniva questa certezza?

Da noi stessi. Sono andato a dire al mio amico Juan Jesus: “Hai fatto la migliore partita della tua carriera. Hai annullato Messi. Adesso puoi chiuderla qui”.

La carriera. E lui?

Si incazza: “Me lo dici tu che hai già chiuso? Ah ah ah. Siamo amici, ci sfottiamo.

Dimmene un’altra di quello spogliatoio. 

De Rossi. La faccia con cui entrava in campo nei derby. Cambiava proprio espressione. Sono cose che non le descrivi. Le avverti. Il calcio è fatto di emozioni così.

E prima del Barcellona? 

C’era quest’aria: ci convincevamo, noi stessi. Ci sentivamo più forti, ed eravamo sicuri di passare. Tutti quanti.

Sembra incredibile, con quello svantaggio. 

Vincere con il Barcellona in Champions. Dover fare tre gol per rimontare e riuscirsi. Costruire questa vittoria passo dopo passo, guardandosi negli occhi in campo. Questo resta per sempre. Con Edin, con tutti i compagni c’è questo legame.

Come avete vissuto quei 90 minuti? 

Prima avevamo segnato un gol e ci dicevamo: non è successo nulla, continuiamo a giocare. Poi continuare a giocare, fanne un altro e pensare: non è ancora accaduto niente. Poi segnare anche il terzo gol ed esplodere…

Che ricordo hai del dopo?

È stata una battaglia così folgorante che dopo l’ultimo gol ho il buio.

Il buio? 

Non ricordo nulla di quello che ci è accaduto. Non solo quella sera, ma per i tre giorni successivi. Nulla.

Addirittura? 

Giuro… solo lampi, immagini confuse. Euforia, adrenalina. Non ho memoria di essere uscito dal campo, di essermi rivestito, non ricordo lo spogliatoio né cosa abbiamo fatto per festeggiare, figurati se posso ricordare cosa ho fatto dopo…

Non ci credo, esageri. 

Eravamo entrati in una fase finale della Champions, ma abbiamo festeggiato e stiamo stati festeggiati, a Roma, come se avessimo vinto uno scudetto. Poi l’anno dopo quella squadra è stata smantellata. Ecco, questo è uno dei miei rimpianti.

Ti sentivi il leader?

No… Io la vedo in un modo diverso. A calcio, ed è quello che mi piace, si gioca sempre con un gruppo. Si vince e si perde insieme. Non esistono i campioni, da soli, nel calcio esiste la squadra

E voi siete rimasti uniti da quel ricordo. 

Si. Ecco perché ti dico che anche ancora ne parliamo. Il problema con gli altri è che non si possono raccontare queste cose, perché se le racconti è già un’altra cosa. Si possono solo vivere.

E che altro resta? 

A Roma avevamo una squadra forte. Dicono che io creavo problemi. Invece, come sa chiunque abbia giocato con me, io ero e rimango un uomo-spogliatoio.

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