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Karsdorp: “Volevo dimostrare chi sono, con Mourinho daremo il 120%”

Karsdorp

Il terzino olandese ha parlato della sua esperienza in giallorosso

L’acquisto nel 2017, poi l’infortunio e il ritorno (deludente) in campo. Ma dopo il prestito al Feyenoord, Rick Karsdorp è tornato nella Capitale per conquistare i tifosi giallorossi, e ci è riuscito grazie a tanta forza di volontà, nonostante gli innumerevoli guai fisici che negli ultimi anni lo hanno fermato.

Il laterale difensivo olandese ha parlato ai microfoni de Il Romanista, raccontando la sua esperienza nella Roma e alcuni aneddoti della sua avventura nella Città Eterna.

Sembra un giocatore diverso, rispetto alla prima esperienza in giallorosso.
“Sono invecchiato. È stato un bel cambiamento: avevo appena 22 anni, ora 4 anni più tardi sono più esperto, ho maturato esperienze che mi hanno reso più forte, in particolare i tanti infortuni. E ho avuto la parentesi al Feyenoord, ma sono contento di essere tornato alla Roma, a giocarmi le mie carte. E sono tornato a divertirmi giocando a calcio. L’anno scorso ho giocato quasi tutte le partite, e di conseguenza sono fiducioso in vista della prossima stagione”.

È migliorato moltissimo, da allora. Ma in cosa pensa di dover migliorare ancora?
“Come calciatore vuoi e puoi sempre migliorare ancora, non raggiungi mai il limite. Io ad esempio sono abbastanza forte nello sprint, è una mia prerogativa, una delle mie caratteristiche migliori: questo non significa che non possa migliorare anche in quello. È per questo che ci si allena ogni giorno”.

La Roma ogni estate cede svariati giocatori in prestito, e quasi tutti non tornano più: lei è una delle poche eccezioni. Quando era tornato al Feyenoord, pensava che fosse un addio, o che sarebbe tornato?
“Quando vai in prestito, non sai mai cosa ti riserva il futuro, sebbene avessi ancora un contratto con la Roma. Ma io sentivo di non aver portato a termine il mio compito, di non aver ancora finito qui. Ero stato sempre infortunato, ma non volevo che il mio nome fosse legato a un fallimento, non volevo lasciare questo ricordo. E così ho fatto del mio meglio per avere un’altra possibilità, sono tornato, ho lottato, ed è finita che ho giocato tanto. E spero di continuare a farlo”.

Lei ha avuto molti problemi fisici. Li hanno avuti anche due suoi compagni come Zaniolo e Spinazzola. Ha detto loro qualcosa di particolare?
“È difficile, perché ogni calciatore è diverso, sono diversi anche i percorsi di recupero, a volte anche per lo stesso infortunio. In questi casi si deve semplicemente incitare il compagno a non mollare, e a tornare più forte di prima. Finora, toccando ferro, a me è successo. Spinazzola poi è più grande di me, è più esperto. Mentre Zaniolo, per quanto giovane, purtroppo è alla seconda esperienza, per cui conosceva molto bene il percorso che avrebbe dovuto far”».

In una vecchia intervista, fatta quando era tornato al Feyenoord, lei disse che a Roma, nel suo primo periodo, si era sentito solo. Ora che è cambiato tutto, persone, ambiente, società, ci può dire qualcosa in più?
“Sono arrivato molto giovane, avevo appena 22 anni, era la mia prima esperienza fuori dall’Olanda. Per fortuna mia moglie parla italiano, e questo mi ha aiutato. Ma sono passato attraverso parecchi infortuni, e così ho preferito tornare a casa, al Feyenoord, e la cosa mi ha aiutato molto. C’erano giocatori che conoscevo da tanto tempo, un ambiente familiare, ho giocato, e questo mi ha fatto tornare più forte, sia fisicamente che mentalmente. Questo mi ha permesso di giocare tanto lo scorso anno: si innesta un circolo virtuoso, più giochi e più ti senti apprezzato, e a quel punto giochi ancora meglio”.

Si parla molto, ora che ci sono le Olimpiadi, di pressione mentale: la ginnasta statunitense Simone Biles, la più forte del mondo nella sua disciplina, ha lasciato a metà un esercizio, quando era in corsa per l’oro.
“Per quanto mi riguarda, non sono un tipo che soffre la pressione: prima delle partite non ho mai problemi, sono tranquillo, dormo… La tensione l’ho avvertita nei primi due anni, sempre per quel problema dei continui infortuni: ero stato pagato molto, volevo giocare a un certo livello, ripagare la fiducia riposta in me, e non potevo farlo per quei problemi fisici. Esiste anche un discorso di pressione ambientale: nella mia ex squadra vedevo calciatori che avevano fatto benissimo in piccole realtà, andavano in un club più grande, e le pressioni li opprimevano. Poi tornavano in uno più piccolo, e ricominciavano a fare bene. Sicuramente anche nel calcio c’è la pressione, il dover vincere a tutti i costi, fronteggiare aspettative molto alte, ma varia da persona a persona”.

Che aria si respira, adesso, alla Roma?
“L’atmosfera è buona, mi piace stare qui, sono molto felice. Con un nuovo allenatore si ricomincia da capo, c’è un nuovo staff, è tutto nuovo. Mi piace molto come ci fa lavorare il tecnico, mi piacciono gli allenamenti, con molte partitelle, giochi di sponda, mi ricorda molto come mi allenavo in Olanda”.

Che differenze ci sono con la scorsa stagione?
“È ancora presto per dirlo, dobbiamo ancora iniziare gli impegni ufficiali. Ma con un nuovo allenatore ogni cosa riparte da zero, tutti vogliono mettersi in luce. E tutti daranno il 120%”.

Ma lui è come se lo aspettava?
“Nel mondo del calcio lo conoscono tutti, lo Special One. Ma io lo conocevo solo dalla tv, dalle interviste: ora posso dire che mi piace molto come lavora, come ci fa allenare: le sedute sono dure, ma a me piacciono così, mi rendono più forte. Mi piace come parla, è uno che sa anche scherzare. Sono tornato dalle vacanze che mi chiedevo come fosse, ero curioso: lo avevo visto solamente in tv”.

Quindi è anche divertente…
“Assolutamente. È una persona che al momento giusto la battuta la sa piazzare. E questo per il gruppo è molto importante. Ma solo fuori dal campo, in campo e si lavora, è sempre molto serio”.

In campo contro il Belenenses si è visto, per l’ennesima volta, come lei e Dzeko sappiate trovarvi praticamente a occhi chiusi.
“In allenamento parliamo spesso. E lui me lo dice sempre: se la palla è lì, sappi che mi trovi in questa posizione o in quest’altra, se arriva questo pallone io faccio quel movimento… Ci si allena per migliorare, non solo le qualità di ognuno ma anche l’intesa tra i compagni. Che poi, di fatto, quella scorsa è stata la prima stagione in cui abbiamo giocato insieme, prima non avevo avuto tante occasioni. Certo, mi piace molto giocare con lui”.

Un anno fa lei è stato vicinissimo a lasciare la Roma e andare all’Atalanta. E ora è uno dei punti fermi della squadra. Come era andata quella vicenda?
“Ero tornato dal prestito al Feyenoord, all’inizio non avevo le idee chiare su quello che volevo fare, e soprattutto non avevo capito bene cosa la Roma si aspettava da me, cosa aveva intenzione di fare. Ma, come detto, avevo voglia di far vedere chi ero qui a Roma. Però c’è stato questo interessamento dell’Atalanta, che si era rivolta al club e mi aveva richiesto. Ma poi, insieme con la società, abbiamo deciso di continuare il nostro rapporto, ho anche rinnovato il contratto. I fatti parlano: volevo giocare, e ci sono riuscito”.

Nel suo primo periodo a Roma c’era stato un problema molto serio, di cui si è saputo solamente dopo, con suo figlio. Quanto è stato difficile pensare al calcio, in quel periodo?
“Ormai si sa, il mio bambino ha avuto un problema al rene (sospira e si prende qualche secondo prima di rispondere: l’argomento gli smuove qualcosa dentro, anche ora che è finita bene, ndr). Un problema che all’inizio in Olanda non avevano individuato e non avevano risolto: ci sono riusciti qui a Roma, al Bambin Gesù. E sarò sempre grato a loro, per questo. Sicuramente mi ha dato molta forza vedere mio figlio che stava sempre meglio, mi ha dato la forza di lottare anche in campo: era in una condizione molto seria, a letto, e pian piano lo vedevo prendere più energia. Adesso per fortuna è tutto risolto, sta bene. Ed è la mia forza”.

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