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Quella pericolosa abitudine alla mediocrità

Un’inquietante tendenza aleggia a Trigoria da qualche anno a questa parte, che per ora nemmeno Mourinho ha saputo invertire. Ma attenzione: la stagione non è finita

La Roma chiude il suo percorso in Coppa Italia ai quarti di finale, perdendo 2-0 a San Siro contro un’Inter che, al momento, sembra distante anni luce dai giallorossi per espressione di gioco e qualità dei singoli. Ma la notizia non stupisce poi tanto se confrontiamo la classifica delle due squadre, le rose a disposizione dei tecnici e il fatto che mentre una prepara gli ottavi di Champions contro il Liverpool, l’altra si appresterà a giocare quelli di Conference League. Ciò che lascia più amarezza e profonda tristezza è una pericolosa abitudine alla mediocrità che sembra affliggere la Roma degli ultimi anni.

Se ci si ferma un attimo a pensare al modo di approcciarsi e di commentare l’epilogo di partite importanti come quelle di ieri sera, sembra si stia parlando di una squadra che vivacchia a metà classifica in Italia e punta ad evitare l’imbarcata a San Siro. Accontentandosi di non sfigurare e, perché no, creare un paio di occasioni da gol nel corso dei novanta minuti. Ma quest’aria di rassegnazione e inferiorità non può certo far parte di una squadra storicamente ambiziosa come la Roma, che sotto la gestione dei Friedkin e, soprattutto, con Mourinho alla guida, vuole crescere e in breve tempo tornare a vincere. Troppo spesso negli ultimi mesi ci si è consegnati ad avversari “favoriti” sulla carta soltanto perché più in alto in classifica o con nomi più altisonanti in squadra. Basti pensare che in questa stagione la Roma ha perso tutti e 6 i confronti diretti con le 3 grandi storiche del calcio italiano (seppure ieri sera si trattava di Coppa Italia): Juventus, Inter e Milan. Seguendo il trend degli ultimi anni, dove i successi contro le “big” del campionato si contano sulle dita di una mano. Ma non sono solo i risultati in sé che preoccupano e aprono degli interrogativi importanti sulla credibilità di questa squadra, bensì le reazioni emotive e tecniche di questa squadra. Quell’aria di rassegnazione che ti lascia inevitabilmente in un limbo pericoloso e senza futuro.

Una prima riflessione importante va fatta, certamente, sul gruppo di giocatori scelti per iniziare questo nuovo progetto. Calciatori titolari sui quali si è deciso di puntare escludendone la cessione nelle ultime due sessioni estive di calciomercato, credendo di costruire un gruppo solido al quale aggiungere di anno in anno elementi di qualità. Ma lo “zoccolo duro” che negli ultimi tre anni (il biennio Fonseca e la prima stagione di Mourinho”) sta guidando la Roma sembra ormai dimostrato quale sia il suo valore sia a livello tecnico che mentale, orbitando noiosamente tra quinto e settimo posto. Evidentemente c’è stata una sopravvalutazione generale da parte di tutti sulle qualità di molti singoli, ma ciò non può e non deve giustificare un atteggiamento di stasi e attesa degli eventi senza sussulti o ribellioni. Molti dei protagonisti non sono chiaramente a livello di una squadra che vuole competere per l’alta classifica, e molti altri hanno dimostrato di non avere le carte in regola per raggiungere lo status mentale da grande giocatore. L’affrontare le difficoltà senza mai andare oltre le proprie possibilità, ma ancora di più la completa mancanza di reazione di fronte alle negatività è un qualcosa che appiattisce e spegne ogni piccolo bagliore di crescita.

Poi c’è José Mourinho, l’uomo che, probabilmente, ha accecato tutti regalando un’inevitabile fiducia nel futuro dal momento del suo annuncio. Si è commesso senza dubbio un errore pensando che bastasse la sua personalità, la sua esperienza e la sua storia per risollevare un gruppo che non aveva convinto, anzi, per molti versi aveva trasferito più dubbi che certezze nell’ambiente. Chiaramente la bacchetta magica non la possiede neanche uno dei più grandi della storia, ma si può fare di più. Fino a questo momento il tecnico portoghese sembra non essere ancora riuscito ad incidere e ad entrare nella testa dei suoi ragazzi, salvo le prime settimane della stagione quando l’aria sembrava davvero cambiata (per ammissione dello stesso capitano della Roma). Se è vero che sono i suoi calciatori a dover innalzarsi al suo livello, e non viceversa, l’attesa di questo processo non deve essere motivo di giustificazione e scarico di responsabilità. Ora spetta proprio allo Special One dettare il cambio di passo, perché probabilmente soltanto lui può farlo e sa farlo, lo dice la storia. Qualsiasi sia la strada giusta da percorrere, Mourinho ha l’obbligo di disabituare la Roma alla mediocrità. Di ridarle la forza di alzare la testa e ribellarsi alle difficoltà e non subirle passivamente.

Ma non c’è da aspettare, non può arrendersi anche lui a un destino già segnato. Perché se è vero che il quarto posto è lontano e la Coppa Italia è già un ricordo, c’è una competizione ancora da affrontare. Quella Conference League che da un lato può fare soltanto bene alla Roma, aiutandola a crescere, ma dall’altro può essere l’ennesima dimostrazione di inadeguatezza e impotenza di una squadra (per una volta ancora) impantanata nella sua mediocrità. Non è mai troppo presto per cominciare a cambiare pelle e dare finalmente un senso alla prima stagione di Mourinho sulla panchina della Roma. Troppe volte ultimamente siamo stati in attesa del termine della stagione già da mesi prima della sua naturale conclusione, che non sia così anche stavolta.

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