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Un anno romanista con Mourinho: lavoro, fede, tifosi e… arbitri

L’annuncio, l’accoglienza. Poi le prime partite, le difficoltà, la ripresa. Tra stadio pieno ed entusiasmo, un anno romanista con Mourinho

Oggi è un anno esatto. L’annuncio della Roma squarciò un pomeriggio sonnacchioso, di distratta pre-vigilia della semifinale di Europa League contro il Manchester United.  “La Roma è lieta di annunciare che José Mourinho sarà il responsabile tecnico della prima squadra…”.

José si manifestò solo due mesi dopo, nell’afa di luglio a Ciampino. A Trigoria saltò subito su una Vespa, ma almeno in quello l’avevano preceduto i murales. Sarebbero seguiti mesi molto mourinhani, e ci siamo ancora dentro, tra i suoi due grandi amori romani: Trigoria e il Vaticano. L’effetto più visibile della sua presenza è sicuramente lo stadio sempre pieno (e pieno di amore), con il tecnico di Setubal che ha sempre saputo trascinare il suo popolo.

L’uomo è rimasto lo stesso e anche l’allenatore: le solite 10 ore al giorno al campo, la rabbia sui giocatori che non lo seguono e le epurazioni, la cura certosina dei dettagli, gli Zalewski e gli Abraham che crescono, altri che non ci riescono, il gioco che non piace a detrattori e antipatizzanti. In questa fase positiva, molti stanno ammettendo che però sì, Mourinho ha lavorato bene alla Roma, chi l’avrebbe detto.

Infine, il capitolo arbitri: i suoi vecchi amici, che non l’hanno mai digerito (ricambiati). Quest’anno ha aggiunto alla lista nomi nuovi, come i rampanti Rapuano e Aureliano, e ovviamente Pairetto figlio di Pierluigi, al quale ha rivolto il gesto più iconico della sua annata, affinando quello già celebre delle manette: stavolta gli è bastato mimare un telefonino, ed ecco due giornate di squalifica. Lo scrive Il Messaggero.

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