Nel primo anno della nuova proprietà americana della Roma, l’obiettivo era rifondare una squadra ormai giunta alla fine di un ciclo vincente che aveva portato in bacheca due Coppe Italia e una Supercoppa. Walter Sabatini, nuovo direttore sportivo, si trovava a ricostruire con urgenza, e tra i nomi segnati sul suo taccuino c’era quello di Casemiro, giovane talento brasiliano che aveva impressionato nel Sudamericano Under 20. Fisico possente, leadership naturale e un sorriso sempre presente: caratteristiche che lo rendevano il profilo perfetto per la qualunque squadra, in particolare per quella Roma da rifondare.
La strategia per portarlo nella capitale era chiara: agire con discrezione per evitare che il prezzo lievitasse ulteriormente o che altri club entrassero in corsa. Sabatini inviò Roberto Calenda in Colombia, dove il centrocampista partecipava al Mondiale Under 20. Per settimane, l’emissario romanista lavorò per convincere il giovane a scegliere la Roma come trampolino di lancio per la sua carriera. Il risultato sembrava raggiunto: Casemiro firmò un precontratto alla vigilia della finale, promettendo di completare l’accordo al ritorno in Brasile.
Tuttavia, al momento decisivo, l’operazione si arenò. Il San Paolo alzò le richieste economiche, e Casemiro sfruttò il corteggiamento della Roma per ottenere un rinnovo contrattuale più vantaggioso con il suo club. La delusione fu cocente per Sabatini e Calenda, che videro sfumare un affare ormai dato per concluso.
Un anno dopo, il Real Madrid si assicurò il giocatore, che ebbe inizialmente difficoltà ad ambientarsi in Europa. Con il tempo, però, e dopo un periodo in prestito al Porto, Casemiro si affermò come uno dei centrocampisti più forti del panorama mondiale, confermando il talento che aveva fatto innamorare la Roma.


