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Da Sabatini a Monchi: le reazioni di Pallotta quando il ds saluta

Attraverso le dichiarazioni, cerchiamo di capire quali sono i punti in comune con l’addio di Sabatini e quello di Monchi, entrambi seguiti dalle accuse del Presidente

La giornata di ieri è stata sicuramente burrascosa in casa Roma, viste le parole dell’ormai ex direttore sportivo Ramon Monchi in conferenza stampa a Siviglia in mattinata, e la piccata risposta del Presidente James Pallotta, arrivata nel tardo pomeriggio. Riassumendo in breve, lo spagnolo ha accusato Pallotta di avere idee divergenti da quelle del ds, mentre il Presidente ha ribadito come Monchi abbia avuto carta bianca a Trigoria. Eppure l’addio è stato amaro, non solo per la perdita di fiducia dei tifosi nei confronti della dirigenza, ma anche, e sopratutto, perché a farne le spese è stata la Roma.

 

Ma andiamo con ordine. Perché non è la prima volta che a Roma assistiamo ad un addio del genere: anche nel 2017, anno in cui Walter Sabatini accettò l’incarico come coordinatore dell’area tecnica del gruppo Suning Sports Group (di cui fa parte anche l’Inter), assistemmo ad un pesante botta e risposta tra l’ex ds e il Presidente giallorosso: nello specifico il patron americano disse: “Avevo perso molta fiducia in Sabatini dopo i primi due anni. Non solo il tipo di giocatori che stavamo comprando, ma un po’ di cose. I primi due anni sono stati ottimi, ma avremmo dovuto costruire su quelli e invece lui continuava semplicemente a fare scambi”.

La risposta di Sabatini non tardò ad arrivare: “Ho sempre ammirato la genialità del presidente della Roma, puntualmente riconfermatasi quando ha deciso di accettare le mie dimissioni a settembre e non a maggio quando le avevo presentate. Nonostante la sfiducia che Pallotta oggi lamenta, ho quindi dovuto e voluto completare la campagna acquisti che, per sua fortuna, ha portato la mia squadra ad ottenere 87 punti in campionato e a garantire 120 milioni di introiti al 30 giugno, permettendogli di passare un’estate esaltante come si evince dai giudizi espressi su cose e persone. Auspico che la Roma possa in futuro ribadire classifica e introiti con i calciatori individuati ed acquisiti dalla nuova gestione permettendo a Pallotta di continuare ad inebriarsi dell’idea di se stesso e della sua presidenza. Nessuno vuole riconoscenza, ma equità sì. Meglio lasciare perdere Pallotta, le sue sono parole inutili, buttate lì, in stato confusionale e non richieste da nessuno”.

La situazione di allora, confrontata con quella di oggi, presenta alcune analogie e alcune differenze: i punti in comune sono sicuramente la confusione che circola intorno all’ambiente Roma. Il Presidente, essendo a Boston, non occupa una posizione di capo-padrone ma sostanzialmente di amministratore. Lui sceglie i nomi di coloro ai quali affidare le ideali “chiavi di Trigoria“, pone gli obiettivi e lascia campo libero. Nel momento in cui le cose vanno male però alza la voce, si fa sentire, ma è chiaro che non essendo “sul campo” forse i suoi pensieri possono essere distanti da quelle che sono le dinamiche interne a Trigoria.
E senza dubbio, da una situazione di partenza quasi idilliaca, si finisce un’altra volta con una divergenza di vedute alquanto netta, come se quella libertà di movimento, tanto pubblicizzata in avvio da parte dei protagonisti, di colpo fosse venuta meno.

La differenza con ciò che sta succedendo oggi a Roma però c’è: se nel caso di Sabatini, che aveva chiesto le dimissioni a maggio, dopo un colloquio con Pallotta aveva protratto il suo lavoro fino a settembre, consentendo così all’allora ds di operare sul mercato estivo, oggi tutto questo non è avvenuto: Monchi non ha cercato di mettere mano e di sistemare la situazione, ma piuttosto ha preferito andarsene, lasciando la Roma in un momento tra i più difficili dell’era recente, come sottolineato dallo stesso Pallotta.

Sabatini aveva voluto comunque cercare il riscatto “sul campo” anche nel momento in cui aveva sentito venir meno la fiducia nel suo lavoro, senza mai legarsi troppo ad un tecnico ma esclusivamente al suo lavoro.
Monchi invece ha mollato al primo k.o. tecnico: via l’allenatore che aveva scelto, via anche lui, all’interno di un ambiente nel quale, confidava a molti, avvertiva sin dai primi giorni “mucha presiòn“.
Il 26 maggio 2013 sembrava esser una data spartiacque nel destino della Roma ma al contrario, rispetto al 7 marzo 2019, rischia di non esser nulla: sei anni fa, la Roma e Sabatini capirono, dopo un’amara sconfitta sul campo, di dover cambiare il loro modus operandi, senza smobilitare troppo la struttura alle spalle.
Oggi Pallotta ha deciso di resettare la Roma che Monchi aveva ideato e costruito: un vero e proprio anno zero.

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