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Fair Play: ora l’Uefa mette nel mirino le plusvalenze fittizie. Problemi per le italiane?

I controlli dell’organo calcistico europeo si fanno sempre più stringenti

Dopo le sponsorizzazioni gonfiate, che hanno portato alla squalifica del Manchester City, ora l’Uefa ha messo nel mirino le plusvalenze, specie quelle fittizie non in linea con i valori del mercato. La compravendita dei calciatori determina spostamenti economico-finanziari spesso decisivi per una società. La cessione di un atleta, quando crea una plusvalenza, cioè viene realizzata a un prezzo superiore rispetto al costo residuo, è fondamentale per rientrare nei parametri del Fair Play Finanziario.

Negli ultimi anni il ricorso sfrenato alle plusvalenze ha fatto scattare l’allerta dell’Uefa. L’organo calcistico sta varando una serie di misure per evitarvi ricorsi eccessivi ponendo un limite alla loro classificazione come “entrate rilevanti”. La crescita dei volumi del trading si è riscontrata in tutta Europa: le entrate nette per i club delle massime divisioni sono passate dai 2 miliardi del 2014 ai 5 miliardi del 2018.

La Serie A ne fa un uso massiccio. Dal 2013/14 al al 2017/18, i club di Serie A hanno accumulato 2.673 milioni di plusvalenze, dietro solo alla Premier League. Il nodo è quello degli scambi con iper-valutazioni. I maggiori incassi sono stati realizzati da Roma e Juventus. Nel 2018-19 i giallorossi hanno realizzato 130 milioni di plsuvalenze con le cessioni di Alisson, Manolas, Pellegrini e Strootman, mentre i bianconeri 127, senza sacrificare top player, ma cedendo Spinazzola, Caldara, Audero, Mandragora, Sturaro, Orsolini e Cerri. Anche l’Inter ne fa un considerevole uso: 40 milioni realizzati con le micro-cessioni di ragazzi del vivaio come Pinamonti, Vanheusden, Adorante, Sala, Zappa e altri. Lo scrive Gazzetta.it.

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