A due giorni da Roma-Juventus, una delle sfide più attese di questa fase di stagione, Simone Montanaro, capo match analyst del Real Madrid, ha raccontato ai microfoni di Radio Manà Manà Sport Roma il suo percorso professionale e la sua visione del calcio contemporaneo, passando dall’evoluzione della figura del match analyst fino alle considerazioni su allenatori, giocatori chiave e preparazione delle partite. Ecco le sue parole:
Come si è evoluta la tua carriera da calciatore a Match Analyst? Che percorso hai seguito?
Ho smesso di giocare a calcio intorno ai 25-26 anni, senza che ci fossero infortuni particolari. Semplicemente, non ero riuscito ad arrivare ai massimi livelli e ho deciso di interrompere la carriera. Da lì ho iniziato ad allenare: ho seguito tutte le categorie giovanili, dai ragazzi di nove anni fino agli Allievi Nazionali della Roma. Il passaggio al lavoro di analisi è arrivato con Vincenzo Montella. Quando andò al Catania, mi chiese di seguirlo e di iniziare con lui questo nuovo percorso nell’analisi, che allora era ancora agli inizi. Oggi, rispetto a quel periodo, il lavoro è profondamente cambiato: ora si possono scaricare le partite di campionato direttamente dalla camera tattica e analizzarle nel dettaglio.
Hai parlato di camera tattica. Di cosa si tratta, esattamente?
Sì, si tratta di camere che riprendono l’intero campo da gioco, offrendo una visione completa e simultanea di tutti i giocatori. Questo permette di analizzare ogni fase dell’azione in modo dettagliato e di individuare con precisione gli spazi che si creano. È uno strumento fondamentale perché consente di avere un quadro complessivo e chiaro di ciò che accade in campo, sia a livello collettivo che individuale.
È automatico che un ex calciatore diventi necessariamente un grande esperto o un allenatore?
No, assolutamente. Non è un passaggio scontato. Tutto dipende dallo studio, dalla conoscenza e, soprattutto, dalla passione per la tattica. Avere un passato da giocatore può aiutare, ma non è indispensabile”.
Ma al Real Madrid, con campioni di quel calibro, come si imposta il lavoro quotidiano?
“Ogni allenatore concentra il lavoro sugli aspetti che ritiene fondamentali per ottenere risultati. Alla Roma, quest’anno, ne avete visti diversi di allenatori e con loro tanti cambiamenti. Penso, ad esempio, che il lavoro di Ranieri sia stato eccezionale: semplificare il gioco in una situazione così complessa non era affatto scontato. La squadra veniva da due anni con Mourinho, in cui il possesso palla non era la priorità; si puntava su un gioco più diretto. Poi è arrivato De Rossi, che ha rimesso al centro il possesso come elemento chiave. E successivamente, con Juric, si è passati a un calcio totalmente diverso, basato sulla marcatura a tutto campo. Ogni metodologia comporta una trasformazione per i giocatori: devono “destrutturarsi” e poi “ricostruirsi” più volte”.
Come hai interpretato l’evoluzione della Roma?
“Prendete il gioco di Juric: chiede ai giocatori di seguire l’uomo ovunque, e nel momento in cui si recupera palla, ci si ritrova spesso in una zona del campo non abituale, senza riferimenti precisi. Riorganizzare il gioco in quelle condizioni è complicato. Ecco perché alcune sue scelte, come l’esclusione di determinati giocatori, vanno lette alla luce del modello di gioco adottato. Proprio per questo, il lavoro di Ranieri assume ancora più valore. È riuscito a ricostruire un’identità partendo da elementi chiave, cercando di mettere ciascun giocatore nella condizione ideale. Penso, ad esempio, a una difesa a tre disegnata su misura per Hummels, a un regista come Paredes, con la sua visione di gioco, o a Dybala, che oggi purtroppo è fermo per infortunio”.
Ranieri si è adattato al materiale umano che aveva a disposizione, cosa che Juric invece non ha fatto. Quanto contano, nelle valutazioni, le scelte del singolo all’interno del contesto di gioco?
“È fondamentale la prima scelta che un giocatore compie. Riconoscere lo spazio da attaccare e scegliere il momento giusto per superare una linea avversaria è ciò che oggi fa davvero la differenza. Il calcio moderno si basa su questo: ogni giocatore deve saper leggere il contesto, identificare il compagno libero e trovare il modo di raggiungerlo, anche se ciò richiede un secondo passaggio o un’interazione più complessa con un altro compagno. È qui che entrano in gioco i cosiddetti “giocatori tra le linee”, che diventano determinanti proprio perché riescono a ricevere in spazi stretti e a creare superiorità. A quel livello, non basta mantenere il possesso: serve prendersi responsabilità, saper rompere gli equilibri e dare continuità all’azione offensiva”.
Fino a qualche tempo fa pensare a Roma-Juve come una partita determinante era un eufemismo, oggi siamo in una situazione diversa. Come immagini la partita?
“La Juve di tudor ancora non l’ho vista, ha fatto un’uscita sola ma so che Tudor ha fatto bene a Verona, ha un gioco aggressivo, un uno contro uno molto pressante. Immagino che la Roma farà la sua partita, sa cosa fare nel campo, sa come difendere. Senza Dybala vedremo Ranieri su quale giocatore opterà per giocare tra le linee, forse Baldanzi. È una partita sicuramente difficile perché la Juve ha dei giocatori importanti che ti possono risolvere la partita. Yildiz mi piace molto, è un giocatore in grado di giocare tra le linee, sarà pericoloso”.
Considerando la situazione attuale della Roma e il fatto che Tudor è arrivato da poco, da dove si parte per preparare una partita? Si studia il lavoro del precedente allenatore, le esperienze passate del nuovo tecnico o si parte dalle caratteristiche dei giocatori?
“In un caso del genere non avrebbe molto senso concentrarsi sulle partite giocate con il vecchio allenatore. Partirei dai principi di gioco del nuovo tecnico. Andrei a cercare partite passate in cui Tudor ha affrontato squadre con caratteristiche simili alla mia, per cercare di anticipare come potrebbe posizionarsi e interpretare la gara. L’obiettivo è capire quale idea di calcio porterà, quali potrebbero essere le sue priorità e su cosa punterà nell’immediato”.
L’ultimo allenatore straniero a vincere in Italia è stato Mourinho, mentre gli allenatori italiani spesso vanno all’estero e ottengono successi. È il campionato italiano a non favorire gli allenatori stranieri, o sono gli italiani particolarmente duttili e capaci di adattarsi?
“Gli allenatori italiani sono molto bravi all’estero perché riescono a prendere il materiale a disposizione e costruire il “vestito giusto” per la propria squadra. Il campionato italiano, in effetti, è molto difficile. C’è un’attenzione maniacale per l’aspetto tattico difensivo, ma negli ultimi anni ci sono allenatori italiani che stanno cercando di proporre qualcosa di diverso, come Italiano o Palladino. Anche Thiago Motta, al Bologna, ha cercato di fare qualcosa di innovativo, con un continuo tentativo di rotazione tra i giocatori. Questo dipende molto dalla rosa a disposizione. Il Bologna aveva la possibilità di fare questo tipo di gioco grazie alla qualità della rosa, ma alla Juve, dove i giocatori hanno bisogno di mantenere una posizione più statica, quel tipo di approccio non era adatto”.
Quanto manca a Davide Ancelotti per spiccare il volo come allenatore?
“Davide è già preparatissimo e pronto per allenare una squadra di alto livello. Ne sono convinto. In questi ultimi quattro anni, ma anche grazie alle esperienze precedenti al Bayern Monaco e al Paris Saint-Germain con il mister, ha accumulato una conoscenza del calcio notevole. Ha personalità, parla cinque lingue ed è in grado di relazionarsi perfettamente con i giocatori. Gli manca solo un’offerta”.
Lavori al Real Madrid, ma alla fine della partita ti capita di seguire anche quello che ha fatto la Roma?
“Assolutamente sì, domenica la guarderò sicuramente (ride, ndr)”.


