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Stadio della Roma, Abodi: “E’ un progetto che non può restare nel limbo”

“Il Credito Sportivo farà da regista, da aggregatore, oltre a valutare che le iniziative siano finanziabili e la gestione sostenibile nel tempo”

Dopo un lungo periodo di commissariamento, l’Istituto di Credito Sportivo ha visto circa un anno fa Andrea Abodi ricoprire il ruolo di presidente il quale, in un’intervista rilasciata sulle pagine del Corriere dello Sport oggi in edicola, ha affrontato il delicato argomento sulla costruzione e ristrutturazione dei nuovi stadi in Italia, citando inevitabilmente anche l’iter del nuovo impianto della Roma che dovrebbe sorgere a Tor di Valle. Queste le sue dichiarazioni:

Abodi, che cosa avete in mente? 
«Partecipare ai progetti di riqualificazione degli stadi e di realizzazione di nuovi impianti non solo nei nostri ruoli consueti di consulente finanziario e di canale di finanziamento. Possiamo seguire l’iter dall’inizio attraverso una piattaforma tecnica, coordinare le operazioni sin dalle fasi di stesura del piano di fattibilità, arrivare a valutare la partecipazione in equity al rischio d’impresa. Una frontiera nuova, che può cambiare il modo in cui in Italia si guarda a iniziative di questo genere».

Dovreste trasformarvi in ingegneri e architetti. 
«Non proprio. E’ giusto che ogni società scelga i professionisti che ritiene appropriati, in base ai profili artistico-culturali del territorio e ai gusti del soggetto promotore. Il Credito Sportivo farà da regista, da aggregatore, oltre a valutare che le iniziative siano finanziabili e la gestione sostenibile nel tempo».

Perché in Italia è tutto così difficile?
«Perché si parte dai plastici e dai rendering invece che dai numeri, dall’ascolto del territorio, dalla concertazione con chi ha interessi nell’area. Su questi aspetti l’iniziativa del Credito Sportivo può intervenire fornendo un contributo decisivo. Meno sul fatto che all’estero in due anni inaugurano uno stadio e da noi se va benissimo ce ne vogliono tre o quattro per vedere arrivare la prima betoniera. Io credo però che la cosiddetta “legge stadi” di fine 2013, che in effetti riguarda tutte le infrastrutture sportive, con le modifiche del 2017 vada sfruttata a fondo. Forse potrà essere migliorata, ma intanto utilizziamola. Una batteria di stadi nuovi o riqualificati – e per gran parte parliamo di rinnovare l’esistente – permetterà anche di avere le carte in regola per meritare grandi avvenimenti internazionali, come l’Europeo 2028».

Dove ha sbagliato la Roma? 
«Se siano stati commessi errori nel corso dell’iter non so dirlo. Di certo noi ci siamo fermati un anno fa, in attesa che il cammino dello stadio venga scongelato. Spero che si abbiano presto novità, con l’auspicio che il percorso iniziato riprenda positivamente in una città che ha bisogno di sviluppo sostenibile e di riqualificazione urbana. Pure a Firenze, un’altra città in cui sulla questione è calato il silenzio. Il limbo è insopportabile, non prendere decisioni aspettando che la fiamma si spenga è un peccato mortale. Purtroppo mi sembra che la vicenda di Tor di Valle rientri in un panorama più ampio di difficoltà strutturale nella trasformazione della città. Mentre Milano ha preso un’inerzia internazionale e sta accumulando un vantaggio che sarà sempre più difficile da colmare».

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