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Casaroli: “Fui protagonista come Zaniolo, poi mi arrivarono telefonate minatorie”

Casaroli racconta la sua esperienza alla Roma tra il 1974 e il 1979

50 presenze in prima squadra, 7 gol. Tutto in quattro stagioni complessive. Con la Roma giocò nel periodo compreso tra il 1974 e il 1979, ma non consecutivamente. “Segnai poco, nonostante di mestiere facessi l’attaccante”. Faceva parte della Primavera di Agostino Di Bartolomei, Francesco Rocca, Franco Peccenini.

Di quella squadra di future stelle, i gol li segnava Walter Casaroli. Era il bomber di riferimento di un gruppo vincente, che conquistò due scudetti a livello giovanile. Lui, classe 1957, doveva essere il nuovo Pierino Prati. Nils Liedholm lo teneva in considerazione, tanto che lo fece esordire in gare ufficiali a 18 anni e due mesi, in Coppa Italia, nella stagione 1974-1975, quella del terzo posto finale. “Però non rispettai le aspettative che c’erano su di me”. Le sue dichiarazioni di Casaroli all’AS Roma Match Program.

Cosa non andò?

“Pagai il salto di categoria, il fatto di confrontarmi con un livello professionistico, dove non potevi mai sbagliare nulla. Dal calcio giovanile, un po’ spensierato, a una dimensione diversa, in cui non mi trovai totalmente a mio agio. Per me fu un passaggio traumatico”.

Eppure, nelle prime cinque partite ufficiali, segnò quattro gol.

“Feci un po’ come lo Zaniolo dello scorso anno. Fui protagonista di un avvio incredibile. All’inizio la testa era leggera e pensava solo a giocare. Alle prime difficoltà, non ressi le pressioni che c’erano intorno a questo mondo”.

A quali pressioni fa riferimento?

“Capitarono degli episodi che, mio malgrado, segnarono il mio percorso e lo condizionarono. Per un gol sbagliato o un passaggio errato mi arrivavano a casa telefonate minatorie. Oppure, se non eri tanto apprezzato, uscendo dagli allenamenti, potevi ritrovarti con la macchina presa a calci. Ero ragazzo, poco più che ventenne, non sopportai tutto questo. Poi, ovviamente, le responsabilità furono anche le mie e non lo nego. Avrei dovuto sfruttare meglio il mio ritorno in giallorosso, dopo la parentesi in prestito al Como”.

Al netto di questi episodi, la Roma resta un periodo bello della sua carriera?

“Senza dubbio. Ricordo le partite al Flaminio con la Primavera, in uno stadio pieno di gente. Il primo gol segnato su cross da calcio di punizione di Di Bartolomei. Le gare in un Tre Fontane sempre pieno, ma pure una disavventura quando arrivai agli Allievi”.

Che disavventura?

“Io giocavo nell’Adriatica, lì avevo fatto la trafila nelle categorie inferiori. All’età di 16 anni, avevo due società che mi richiesero per fare un salto di qualità. Una era la Roma e l’altra la Pro Calcio. Di quest’ultima, avevo i dirigenti che mi pressavano spesso per farmi andare da loro. Finì che firmai due contratti, con entrambe le squadre, e per questo venni squalificato. Fui costretto a restare fermo sei mesi, prima di scendere in campo con la Roma”.

Ne valse la pena, però.

“Sì, sulla mia strada trovai personaggi di spessore, che non dimentico. Cito il presidente Gaetano Anzalone, un uomo d’altri tempi. Il suo sogno era costruire una squadra di soli romani. E in parte ci riuscì. Cito Liedholm, allenatore carismatico. Sapeva caricare i suoi giocatori paragonandoti a Neskens o qualche altro fenomeno dell’epoca. Era un calcio diverso. Anche per le cifre che giravano”.

Tipo?

“I primi tempi, quelli del debutto e dei gol in prima squadra, avevo un rimborso di centomila lire. A Como, guadagnavo 500 mila lire al mese. E, al mio ritorno a Roma, 1 milione. Era sempre una cifra considerevole, se rapportata a quella di mio padre. Lui, da operaio, prendeva 150 mila lire. Però una casa normale costava 62 milioni. Sempre un mutuo dovevi prendere o mettere da parte una somma di denaro. Con le cifre percepite nel calcio attuale, di case te ne puoi comprare quante vuoi”.

Tornando al campo, nel 1979 passò al Parma.

“Sì, esatto, nell’ambito dell’operazione che portò Ancelotti alla Roma. Il Parma mi richiese espressamente nell’affare, mi fece piacere. Però la stagione non fu positiva. Io segnai solo quattro gol e la squadra retrocesse. Rimasi quell’anno solo, poi iniziai a girare tra Campobasso, Pescara, Casertana e Empoli”.

Fino alla decisione di smettere poco più che trentenne.

“Decise di chiudere abbastanza presto e di iniziare a lavorare in un ambito totalmente diverso. Mi dedicai all’edilizia, a fare l’imprenditore. Ebbi una sorta di rigetto, non potevo più seguire o vedere il calcio. Col tempo questo rifiuto s’è poi attenuato, tanto che ho anche preso il patentino di allenatore. Ho guidato alcune squadre a livello giovanile, per qualche anno. Ma pure lì ho deciso di interrompere. Abituato al professionismo, confrontarsi con i dilettanti non è semplice”.

Oggi segue il calcio?

“Guardo le partite, ma non sono un tifoso sfegatato. Mantengo un giusto distacco. Mi piace seguire le squadre che giocano bene. Come la Roma di oggi di Fonseca”.

Si rivede in qualche calciatore di questa Serie A?

“Mi somiglia abbastanza Belotti, il centravanti del Torino. Solo che lui segna molti gol, io ne facevo meno”.

Domenica vedrà Parma-Roma?

“Certo, la vedrò. Sicuramente mi farà effetto, un po’ di nostalgia la proverò, anche se per carattere cerco di pensare al futuro. Non al passato”.

Non l’è piaciuto, dunque, rilasciare questa intervista?

“Generalmente sono un po’ restio, soprattutto ad apparire in televisione. Però mi ha fatto piacere rivivere quegli anni in questa chiacchierata, lo dico sinceramente”.

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