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Green Pass, caos all’Olimpico: all’ingresso dello stadio i lettori non sono riusciti a leggere i codici

La voglia di vedere la Roma è tanta, ma la burocrazia, seppur necessaria, innervosisce i tifosi, vittime dei disagi organizzativi

Ho 64 anni, il vaccino l’ho fatto a maggio, che problema c’è adesso“, sospira Claudio Venti, infilando il Green Pass nella cartellina, mentre ai cancelli del prefiltraggio, all’Obelisco, stringe tra le mani anche il biglietto di tribuna Tevere, i documenti. La voglia di vedere la Roma è tanta, ma la burocrazia, seppur necessaria, innervosisce i tifosi, vittime dei disagi organizzativi.

Il lettore ottico collegato al data base non legge il codice a barre del certificato di vaccinazione di Venti, che adesso è costretto a correre alla farmacia di ponte Milvio per scaricare un nuovo attestato di vaccinazione. RomaRaja Casablanca, la prima partita all’Olimpico con il Green Pass, è contraddistinta dall’amore dei 15mila tifosi, 6mila ospiti, ma è stata preceduta anche da diversi disagi.

Alle 20 si forma una lunga fila all’Obelisco, dove la polizia ha disposto l’allestimento delle passerelle per garantire il distanziamento durante i controlli. Claudio, un libero professionista 23enne da Montesacro, viene respinto. “Ho fatto la prima dose il 29 luglio, ecco il certificato – protesta – sul sito della Roma c’è scritto che basta la prima dose per poter entrare“.

Il 23enne, insieme ad altre 100 persone, viene indirizzato alla farmacia di ponte Milvio per scaricare il documento con il codice a barre che gli garantirà l’ingresso.

Ma c’è anche qualcuno, che avendo fatto la seconda dose a ridosso del match, non riesce a scaricare il Green pass e resta fuori. Problemi anche per un centinaio di tifosi ospiti arrivati dal Marocco che avevano fatto il tampone ma non avevano scaricato il Green Pass. Franco Farci, un meccanico 38enne, dalla Magliana, sorride: “Io il vaccino l’ho fatto solo per poter vedere la Roma – ripete accarezzando con lo sguardo i due figli di sei e otto anni – loro sono emozionati, era tanto che non venivano allo stadio”.

Lo scrive La Repubblica 

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