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Fateci sognare: la Roma a Leicester per il sogno finale

Primo atto della semifinale in Inghilterra

Aeroporto di Fiumicino, vigilia dell’andata della semifinale di Conference League, il gate per imbarcarsi verso Londra, prima tappa prima del trasferimento a Leicester, è aperto: partono i primi tifosi giallorossi, con un bagaglio di sogni dopo una lunga astinenza. Al fianco, a cinque metri di distanza, un altro gate: direzione Tirana.

Come un gioco del destino, come un segnale, un auspicio: lì, in quei pochi metri, l’ultimo pezzo di strada che la Roma deve percorrere per andarsi a giocare la finale. Stasera c’è da superare le Volpi, che nel 2016 hanno stupito tutti per la grande cavalcata in Premier, che ha portato il titolo firmato Claudio Ranieri. Ma oggi è un altro Leicester, non c’è Mahrez, non c’è Kante, c’è un Vardy più grigio e acciaccato e che non ha i novanta minuti nelle gambe.

C’è José Mourinho da quest’altra parte, la garanzia, l’uomo di coppa. Per lui è un gradito ritorno in Inghilterra dopo le esperienze vincenti con Chelsea, United e Tottenham, per lui è l’occasione di poter vincere per primo la neonata coppa. Il Leicester lo conosce, conosce bene il suo allenatore e allievo, Brendan Rodgers.

Otto le vittorie contro le Foxes su undici partite, stasera c’è la prova del nove per Mou. Quella più importante, quella da ricordare. Su José sono aggrappate le speranze della Roma (terza semifinale negli ultimi cinque anni), lui che di vittorie (intese come trofei) ne ha masticate tante, venticinque. E Lo Special si aggrappa – tra gli altri – a Tammy Abraham, capocannoniere di coppa – insieme con Cyriel Dessers del Feyenoord – con otto gol, a lui che alle Foxes non ha mai segnato.

La Roma è pronta, insomma. Ci sono tutti. Dan Friedkin scruta l’allenamento a Trigoria, l’ultimo, prima di imbarcarsi per l’Inghilterra. A Leicester tutti si chiedono se Zaniolo sarà o meno della partita, José fa melina e non risponde: è il grande dubbio. Rilanciare i ragazzi di Roma-Bodø, quindi con Nicolò, oppure adottare una tattica più conservativa, con Oliveira in mezzo e il golden boy in panchina?

Al di là della formazione, Tirana è alla portata, vietato distrarsi sul più bello e il bello oggi per Mou e Abraham è tornare in terra inglese e pensare di giocarsi una coppa che vale tanto (25 milioni in totale) anche per le avversarie che sono arrivate in semifinale: con la Roma e Leicester, ci sono Marsiglia e Feyenoord. Non proprio una coppetta.

In fondo basterebbe non affondare al King Power Stadium, consapevoli che nel ritorno all’Olimpico ci sarà la solita bolgia dei settantamila. “Ma noi vogliamo vincere qui. È una coppa importante, è anche una strada per l’Europa League. È un momento duro, ma pieno di motivazioni”, le parole di Mourinho. Che ora ci crede. “Meritiamo la finale, ma dobbiamo battere una squadra forte con buoni giocatori e un ottimo allenatore. Lo stadio sarà bellissimo, qui c’è grande empatia. Dobbiamo realizzare il sogno di arrivare in finale. Devo ammettere che nella mia lunga carriera questa battaglia è davvero unica. È la mia competizione e l’abbiamo pagata lasciando punti in campionato. Quindi, vale la pena arrivare fino in fondo e vincere. Se non si arriva in finale è come se avessimo fatto poco“. Lo scrive “Il Messaggero”.

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