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Cent’anni di Liedholm: bugie e magie del Barone eterno

 

Uno come lui, oggi, se la comanderebbe con un filo di gas. Senza bisogno, cioè, di spingere forte sull’acceleratore. Troppo un altro passo, troppo un’altra camminata. Troppo un’altra categoria, in campo e fuori. Troppo bravo. Troppo più bravo degli altri pallonari. Colleghi, giocatori, giornalisti, opinionisti, scappati da casa e morti di fama. Uno come Nils Liedholm oggi, riempirebbe le pagine dei giornali senza aprire bocca.

Uno come lui, del resto, teorizzava che nel calcio si gioca meglio in dieci contro undici, e c’è ancora qualcuno che gli va dietro. Uno come il Barone, 100 anni dalla nascita domani, in un mondo fatto di immagini e di immaginazione come quello attuale sarebbe un meme continuo, darebbe spazio e vita a qualsiasi fantasia grafica, farebbe la fortuna di chi si inventa frasi a effetto per far colpo sugli altri e un po’ anche su se stesso.

Liedholm non ha mai recitato: è sempre rimasto fedele alla propria natura di uomo del Sud nato per sbaglio in Svezia. Liddas è stato uno spettacolo di uomo, oltre che uno spettacolo di allenatore. Ecco perché parlare di lui soltanto in chiave tecnico-tattica, raccontare vittorie e trofei sarebbe fare un torto alla sua ironia, alla sua esagerata intelligenza, alla sua magia, alla sua straripante capacità di essere un personaggio unico nella storia del calcio.

Del Liedholm allenatore si è detto e scritto di tutto, e (logicamente) sono sempre stati elogi e paroline al miele; dell’altro Liedholm, quello che raccontava di essersi tolto le tonsille da solo con un colpo di tosse (sì, l’ha detto…), invece qualcosa ancora sfugge. Di certo, andare a seguire gli allenamenti della sua Roma era divertimento puro, e non solo perché in campo c’erano calciatori del calibro di Conti, Falcao, Di Bartolomei, Pruzzo e Ancelotti. Il bello del viaggio del cronista al Tre Fontane o a Trigoria cominciava dopo la fine dell’allenamento, quando il Barone dava il meglio di sé.

Un esempio, fra i tanti: nonostante non fosse più giovanissimo, voleva per forza dimostrare di essere ancora un giocatore fortissimo. Anzi, il più forte. Così, cappellino di lana a strisce orizzontali giallo e rosse (fatto ai ferri dalla mamma di Giorgio Perinetti) messo di sbieco sulla testa, si piazzava al limite dell’area di rigore e sfidava il portiere: “Ti faccio tre tiri: se li pari tutti e tre ce ne andiamo”. La faccenda andava sempre in questa maniera: Liedholm si faceva parare i primi due e il terzo lo metteva esattamente al “sette”. Imparabile. “Riproviamo, dai…”. E di nuovo la solita tarantella: due tiri parati e il terzo all’incrocio dei pali.

Un sabato mattina, i cronisti presenti al campo dopo il quarto o quinto trucchetto del Barone non ce la fecero più a restare in silenzio. E così, dopo il puntale gol al terzo tentativo, si lasciarono andare a un fragoroso applauso. “Grande mister!”, urlarono in coro. E il Barone, capendo al volo la situazione, ci mise un attimo a replicare: “Ragassi, ho capito, si è fatto tardi…”. Gigantesco.

Si legge su La Repubblica.

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