L’ex Roma su Dybala: “Nel calcio moderno servono giocatori antifragili”

L’ex preparatore della Roma analizza l’aumento degli infortuni e spiega la differenza tra forza e resistenza allo stress

Dybala, Milan-Roma

Per quattordici anni è stato un punto di riferimento a Trigoria. Oggi Luca Franceschi, ex preparatore atletico della Roma e responsabile del recupero infortuni, lavora come consulente privato per atleti di Serie A e professionisti alle prese con lunghi stop. Dopo i recenti problemi muscolari di Dybala e Bailey, Franceschi ha analizzato sulle pagine de La Repubblica le cause di una tendenza sempre più evidente: la fragilità del calciatore moderno.

Professore, com’è possibile che un calciatore tecnico come Dybala si sia infortunato, ancora una volta, calciando un pallone. È possibile farsi male così?
«È la domanda che mi fanno anche al bar: com’è possibile? Il concetto di “farsi male” è legato alla fragilità. E l’errore che commettiamo, noi preparatori in primis, è pensare che l’opposto di fragile sia forte. Non è così. Il contrario di fragile è antifragile. Essere forti significa reggere, essere antifragili significa migliorare sotto stress. È quello che ci manca oggi: abbiamo giocatori fortissimi, ma pochi davvero antifragili».

Eppure oggi ogni club sembra curare tutto: alimentazione, recupero, prevenzione. Dov’è che si sbaglia?
«Il controllo medico è al top. I calciatori hanno équipe mediche, nutrizionisti, preparatori personali, analisi posturali, monitoraggio del sonno. Ma il punto non è più la prevenzione: è capire come far diventare un giocatore antifragile. Il calcio è cambiato. Non si gioca di più, si gioca più forte. I gesti sono a velocità altissima, lo stress cognitivo è enorme: devi pensare e reagire a trenta all’ora. Il cervello non è predisposto a questo, e il corpo si rompe».

Dunque non è una questione di forza, ma di adattamento?
«Bisogna lavorare in situazioni ad alta velocità, stimolare il gesto tecnico nel contesto reale, non solo in palestra. Fermo restando tutto ciò che già si fa — alimentazione, recupero, psicologia — serve un allenamento che abitui il corpo a gestire lo stress dell’intensità. Io sto lavorando in questa direzione con alcuni atleti: non ho la formula magica, ma vedo risultati. Il problema è collettivo, non individuale: serve che preparatori, dottori e allenatori si siedano allo stesso tavolo».

Esistono però corpi più “fragili” di altri. È un fattore genetico o allenabile?
«Ci sono atleti che per natura sono antifragili: possono giocare 45 partite l’anno e non si fanno male, a meno di traumi. Altri no. È una questione di struttura, di telaio, non di muscolo. C’è chi è una 500 che non si rompe mai e chi è una Ferrari che va a 300 ma è più delicata. Non possiamo pensare che tutti siano uguali».

Allora non tutti potranno mai reggere i ritmi di 50 partite a stagione, come capita ai top player.
«Esatto. Ma questo nel calcio non lo accettiamo. Le rose sono di 30 giocatori, ma quando un allenatore trova la squadra vincente, la tiene. Il giocatore forte gioca sempre. Alcuni corpi però non reggono quei carichi, e continuare a forzarli è un errore. Servono percorsi individuali, preparazioni personalizzate, anche fuori dal club: yoga, respirazione, controllo dell’ansia, monitoraggio del recupero. Tutte cose che già si fanno, ma vanno portate più in profondità».

Lei ha lavorato a lungo con Spalletti nella Roma. Ora lo ritroviamo alla Juventus: l’ha sentito?
«Sì, ci siamo scritti. Dopo la delusione della Nazionale ha ritrovato il suo terreno naturale: il campo. Luciano Spalletti è uno che lavora sul campo a livello dieci. Quando tocca il fondo, dà la spinta e riemerge. Se ha accettato la Juventus, vuol dire che ha voglia, energia e convinzione. E poi, alla Juve, da professionista, non si dice mai di no».

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