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Castellacci: “Il protocollo della FIGC non ha soddisfatto il CTS. Vanno chiariti i punti oscuri”

Le parole del presidente della LAMICA

Enrico Castellacci, ex numero uno dello staff medico della Nazionale e presidente della Libera Associazione Medici Italiani del Calcio, ha rilasciato una lunga intervista a Sport-Lab.it:

Secondo delle indiscrezioni del quotidiano “La Repubblica” il premier Conte decreterà lo stop al campionato questo mercoledì. Lei cosa ne pensa?
“L’auspicio di tutti sarebbe quello di rivedere il campionato, cosa difficile. Questo è un periodo drammatico sotto vari punti di vista. C’è voglia da parte della Federazione di vedere completato il campionato, anche per i problemi economici che comporterebbe un’eventuale interruzione. Questo, però, lo deciderà il Governo. Bisogna anche dire che un giocatore professionista non può stare quattro mesi senza allenarsi. Dovremmo studiare un metodo per farli allenare in sicurezza, magari con protocolli diversi rispetto a quelli messi sul tavolo finora”.

A proposito di tavoli, il ministro Spadafora ha detto che si dovesse trovare un compromesso tra FIGC e Governo si potrà tornare a giocare, altrimenti no. Cos’è che manca? Qual è il compromesso che manca per tornare a giocare?
“Il protocollo della commissione della Federcalcio non ha soddisfatto il comitato tecnico-scientifico. Noi medici del calcio non siamo stati invitati al tavolo, nonostante fossimo un punto importante in questo progetto. Avremmo gradito portare le nostre idee. In alcune categorie, Serie B e Lega Pro, si vivono momenti diversi. L’applicazione dei protocolli in Serie C è fuori dalla realtà, perché ci sono più carenze rispetto alla massima serie. Noi l’avevamo detto subito, sostenendo da principio che questi protocolli escludono molte categorie, oltre al fatto che sono difficili anche da applicare in Serie A. Ci sono molti punti oscuri”.

Come mai non siete stati contemplati?
“Effettivamente è anomalo. Noi lo diciamo apertamente, perché conosciamo la realtà dei campi. Avremmo potuto dare e potremmo sicuramente dare un contributo importante. Chiediamo solo che sia ascoltata la voce del medico del calcio, ormai una figura classica nei club. Mi auguro che le istituzioni federali si rendano conto che sia stato un errore, ma c’è sempre tempo per cambiare idea. Noi siamo sempre pronti a dare il nostro contributo”.

Prosegue sui protocolli
“I punti oscuri dei protocolli vanno chiariti. La Federcalcio ha detto che li avrebbe ripresi. Nel protocollo si dice che qualora si dovesse trovare un giocatore positivo al Covid-19 l’atleta sarebbe messo in quarantena, gli altri invece sono limitati a dei semplici accertamenti, senza quarantena. Questo contrasterebbe col Dpcm governativo. Bisogna chiarire questo punto, prendendo spunto dal protocollo tedesco: in Germania si mette il giocatore in quarantena e si fanno più tamponi agli altri. Se sono tutti negativi si continua. Per fare questi ci vogliono grandi spazi, centri sportivi e nessuna contaminazione esterna per creare ambienti sterili. Tutto questo è difficile applicazione”.

Cosa ne pensa dell’operato del comitato tecnico-scientifico?
“A livello sportivo ci sono state molte incertezze. Capisco le cautele che ci dovevano essere, perfettamente giustificate. Quand’ero in Cina ho vissuto una situazione analoga, quindi ho vissuto il virus quando è cominciato in Cina. Gridavo alla prudenza, ma capisco che un governo possa essere cauto nella ripresa. Non capisco il motivo per cui i giocatori di calcio non possano allenarsi, quando invece è stato dato il via libera per gli sport individuali. Non è comprensibile, visto che ci sono club con più campi per gestire gli allenamenti”.

Lei è per la ripresa del campionato oppure no?
“Non sta a noi decidere. Il parere personale non ha senso, qui dobbiamo tenerci pronti a quello che decide il governo. Bisogna fare dei protocolli rigidi ma applicabili. Fatto sta che i giocatori, anche se non dovesse ricominciare il campionato, i giocatori devono cominciare ad allenarsi. Andrebbe fatto un protocollo più semplice anche per la B e la C, perché anche loro hanno diritto ad allenarsi. Fare dei protocolli senza concretezza non ha senso logico”.

Il prof. Castellacci ha rilasciato un’intervista anche a Centro Suono Sport:

Il calcio ripartirà?
“A decidere sarà sempre il Governo, nel calcio così come in tutte le dinamiche della nostra vita in questa fase d’emergenza. Certamente le nostre istituzioni hanno commesso un errore quando è stato consentito agli atleti di sport individuali di tornare ad allenarsi mentre a quelli degli sport di squadra no, per fortuna questo errore è stato sanato, considerando i tanti campi da calcio che ci sono nei centri sportivi, soprattutto in Serie A. Da questo punto di vista il Governo ha fatto un passo indietro, dopo di che si arriverà al 18 maggio. E’ giusto partire con gli accertamenti, i test sierologici, a chi ha contratto il virus vanno fatti accertamenti più approfonditi”.

Sul protocollo e la gestione dei nuovi positivi?
“tiamo vivendo un momento drammatico ed eccezionale, vale nel mondo sociale e nel mondo sportivo. Non ci sono ancora le idee chiare. Se seguiamo i protocolli della FIGC, nell’eventualità di un nuovo contagio ovviamente ci sarebbe la quarantena del singolo e tutta la squadra sarebbe isolata ma solo per alcuni giorni. La deroga richiesta dal mondo del calcio sarebbe quella di mettere in quarantena solo il calciatore positivo e nel frattempo svolgere test molecolari tenendo a riparo i giocatori per qualche giorno, salvo poi tornare alla normale attività. E’ una deroga molto grossa, sulla quale si sta discutendo”.

Cosa accadrebbe se il campionato fosse interrotto?
“Si può pensare di chiudere il campionato, ma i giocatori dovranno allenarsi, non possono rimanere fermi 4-5 mesi. I protocolli che dovranno esser rivisti dalla commissione medica della FIGC e poi riproposti al comitato tecnico scientifico nazionale, devono necessariamente valutare due ipotesi: che si torni eventualmente a giocare oppure che il campionato venga bloccato, concedendo in questa seconda ipotesi comunque la possibilità di allenarsi, perchè gli atleti professionisti non possono restare fermi senza far nulla per tanti mesi. C’è anche il problema della B e della C, studiando dei protocolli aperti per club che non hanno a disposizione centri sportivi attrezzati”.

Le responsabilità dei medici?
“Noi come medici delle squadre di calcio, abbiamo espresso dei dubbi per avere dei chiarimenti, perchè conosciamo molto bene le realtà locali. I protocolli sono validi solo se applicabili. Noi come associazione non siamo stati invitati al tavolo della Federazione e ci dispiace non poter portare il nostro contributo in questa fase. Servono dei protocolli plasmabili in funzione di ciò che deciderà il governo sulla ripresa. Le responsabilità sono enorme, sia per i club sia per i medici, ricordando che i calciatori professionisti sono dei lavoratori. Il club ha la responsabilità di porre in sicurezza i propri tesserati e il tutto è demandato ai medici nell’applicazione di questi protocolli. Queste sono tematiche sensibili, su cui bisogna trovare un’intesa. In Cina a tutt’oggi non è stata ancora decisa la ripresa dei campionati e conoscendo bene quella realtà, loro sono avanti a noi 3 mesi, servirà grandissima cautela nelle decisioni finali da parte di tutti”.

Sui controlli dei giocatori?
“Per controllare effettivamente tutti i calciatori, costantemente, serve una mole di tamponi e test sierologici enorme, soltanto così i medici con serenità potrebbero avere uno screening chiaro del gruppo squadra. In Germania utilizzeranno una marea di test, ma evidentemente al contrario nostro li hanno e non è solo un problema etico, ma anche pratico e sociale”.

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