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Il buono, il brutto e il giusto. Ma senza badare ai numeri ogni narrazione è fasulla

L’analisi sul momento della Roma: che vuol dire davvero giocare bene?

Che cosa significa giocare bene? O al contrario: che cosa significa giocare male? Cosa determina il bello o il brutto? Nel calcio conta far punti. Conta essere, non apparire. Qual è, allora, il parametro che sposta il giudizio da bene a male e/o viceversa: il numero dei gol, le occasioni create, gli errori commessi? Il risultato? Chi può stabilire, però, che non si è “giocato bene” anche a fronte di una sconfitta? Le opinioni valgono poco: conta la classifica. E la classifica, oggi, sentenzia che la Roma “che gioca male” (questo si dice, no?) sta davanti o subito dietro squadre che “giocano bene”, che danno spettacolo.

La Roma di Mourinho per vulgata comune non esprime un “bel calcio”. Eppure sta al quarto posto, a +1 sulla Lazio, + 4 sull’Inter e + 6 sulla Juventus. A meno 1 dal Milan campione d’Italia. I numeri non mentono; fasulla, se mai, è la narrazione che non tiene conto dei numeri. Sarebbe da folli affermare che la Roma è una squadra senza difetti, ma sarebbe ancor più clamoroso negare l’evidenza dei suoi pregi.

Chi sostiene che “giocare bene” aiuta a vincere, come prima cosa dovrebbe rispondere all’interrogativo di cui sopra: cosa significa giocare bene? La Roma contro l’Atalanta ha giocato una partita di altissima qualità, mettendo in mostra “bel gioco” e tirando 21 volte verso la porta avversaria. Risultato? Sconfitta.

Poi ha disputato una partita “senza giocare bene” a Milano, ha tirato due volte verso la porta dell’Inter e si è portata a casa tre punti. Quindi? In entrambi i casi sono stati determinanti i giocatori, non il gioco. Ci sono squadre che se vincono di misura vengono etichettate come furbe, ciniche, spietate; se la Roma vince con un gol di scarto (in campionato è già accaduto 6 volte in 10 partite) parte il classico: “Eh però segna poco e andando avanti così…“. Quando c’è di mezzo Mourinho, chissà perché, è un continuo processo alle intenzioni del destino. Boh. Lo scrive La Repubblica.

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