Domenica 5 ottobre, alle 15:00, la Roma sarà ospite della Fiorentina al Franchi. Alla vigilia del match, Diego Perotti ha ricordato il precedente del 2017 e detto la sua sul momento attuale dei giallorossi. Di seguito le sue dichiarazioni.
Cosa ricorda di quel giorno a Firenze?
“Diciamo che fu una bella vittoria per noi, ottenuta su un campo difficile, dove per due volte ci ripresero il risultato. Gerson segnò l’1-0 e poi il 2-1. La Fiorentina aveva Veretout, Simeone, il povero Davide Astori e in panchina allenava Pioli come oggi. In generale, comunque, le partite in cui ho fatto gol, non le scordo. Anche perché non sono state tantissime. E nell’azione che mi portò a rete, ricordo di aver fatto un bel controllo su lancio di Radja (Nainggolan, ndr). Uno stop calibrato che mi permise poi di arrivare davanti alla porta e concludere”.
Ha condiviso diverse partite è Pellegrini. La parabola che sta avendo Lorenzo in questa stagione con Gasperini può ricordare un po’ la sua con lo stesso allenatore? Il mister la rilanciò in un periodo particolare della carriera a Genoa.
“Sì, ci può stare come paragone. Io lo dico sempre, mister Gasperini mi ha rivitalizzato, mi ha dato fiducia in un periodo in cui giocavo poco e venivo da diversi infortuni. Con i suoi allenamenti, ricostruendomi praticamente dal punto di vista fisico, mettendo tanta intensità in più, mi diede la possibilità di rilanciarmi alla grande, di fare bei campionati con il Genoa, di meritarmi la Roma e di tornare anche in nazionale argentina. Gli devo tanto. E Lorenzo può fare uguale perché le sue qualità tecniche non si discutono, prendendo quota dal punto di vista fisico potrà fare una grande stagione”.
Come sta vedendo la Roma con il nuovo allenatore in queste prime uscite?
“Sta andando bene, ha vinto partite, al momento è prima in classifica. Ha mostrato momenti di calcio molto interessante. Ma è normale avere dei passaggi a vuoto, ci vuole tempo per costruire una squadra solida e con un gioco collaudato. Non basta una preparazione estiva di due-tre mesi per avere il prodotto finito. La squadra ha perso l’ultima partita in Europa League contro il Lille, ma sono momenti che in un percorso possono capitare”.
Da specialista dei calci rigori, che idea si è fatto dei tre penalty calciati da Dovbyk e Soulé?
“Io dico una cosa, sui rigori conta soprattutto il coraggio di andare sul dischetto. E sia Dovbyk, sia Mati Soulé ce l’hanno avuto. Poi, quando sei là davanti al portiere, con oltre 60mila persone sugli spalti, a pochi minuti dalla fine, può succedere di tutto. E la porta sembra un po’ più piccola di come la vediamo noi in tv. Davanti allo schermo è facile giudicare. Poteva tirare di qua o di là, il portiere si è buttato prima, vi assicuro che viverla in prima persona non è semplice. Io riuscivo a mantenere la freddezza fino alla fine, faceva parte di quelle caratteristiche tecniche su cui lavoravo per farmi trovare pronto e decisivo per la mia squadra”.
Cos’è stata la Roma per lei?
“Quando arrivi in una nuova società cerchi sempre di fare il massimo e sperare di conquistare i suoi tifosi. Ma Roma è diversa da tutte le altre in cui sono stato. La squadra ti entra dentro, la città è meravigliosa. I miei figli sono romanisti, uno gioca anche a Trigoria nel settore giovanile, siamo tutti tifosissimi. Ci siamo trasferiti per sempre qui a vivere con la mia famiglia. E siamo felici”.
Se dovesse definire questa squadra con una parola?
“Un dono. La Roma per me, per noi, è stata un dono”.


