Intervistato da Il Corriere dello Sport, l’ex vice allenatore di José Mourinho Salvatore Foti ricorda con piacere il periodo trascorso nella Capitale: “Se parliamo di Roma, tutto: un’esperienza che ti entra dentro completamente, quando mi chiamò Mou per essere il suo vice ero felice come un bambino la mattina di Natale. Tirana è per sempre: ho tanti bellissimi ricordi ma se devo proprio scegliere ne dico uno: “Sapete quanto è durata la riunione prepartita il giorno della finale? Ve lo dico io: trenta secondi, forse quaranta. Non siamo arrivati al minuto. Dobbiamo prendere la coppa e portarla a Roma, questo disse José.”
Foti ha poi proseguito: “Alcuni gesti non li rifarei, ma alla squadra devi trasmettere qualcosa. Si gioca tutti insieme, panchina compresa. Budapest? Ancora adesso non riesco a guardare con serenità una partita di Europa League. Fa davvero male. Quella coppa la meritavamo noi. Tornati a casa non parlai per 20 giorni, avevo gli incubi. L’esonero di Mourinho, e di conseguenza di tutto lo staff, fu per tutti una bella botta. L’anno di Budapest avevamo vissuto una stagione magica, fino ad aprile eravamo sempre in piena lotta Champions, poi si fecero male alcuni giocatori, tra cui Dybala e Smalling, e decidemmo di puntare tutto sull’Europa League.”
Foti: “A Leverkusen fu una battaglia. Pellegrini persona speciale”
L’ex vice di Mourinho ha poi ricordato quel gruppo: “Si era creato qualcosa di magico. Al netto dell’inevitabile timore che porta una finale, c’era veramente la convinzione che avremmo vinto. José ne aveva fatte tante di partite così, tutta l’organizzazione passava da lui. L’hotel vicino allo stadio, quello delle famiglie distante così da restare concentrati, la magia di una squadra davvero tanto tanto unita. Mi viene in mente anche un altro discorso di Mou che chiarisce tanto di quel periodo.
Sulla Roma attuale: “Gasperini è il nome perfetto per la Roma, lo dimostrano i fatti. È uno dei migliori in Italia e io sono contento per tanti dei nostri ragazzi. Sento ancora Mancini e Pellegrini: Lorenzo mi è venuto a trovare quando ero in ritiro a Frosinone, è una persona speciale. Sulla fragilità di Dybala: “Se discutiamo il talento di un campione così sbagliamo tutto. Ma, ripeto, noi lavorammo per portarlo a Budapest perché avevamo deciso di giocarci tutto lì, in una partita dove, tra l’altro, per oltre un’ora facemmo benissimo.” Infine, su un ricordo speciale: “Leverkusen, la semifinale di ritorno. Una battaglia, il manifesto di cosa era diventata la squadra. Quelli eravamo noi, compattezza, solidarietà, solidità e efficacia. Conservo nel cuore qualcosa di veramente speciale.”



