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Fonseca e il futuro della panchina della Roma: chi guiderà i giallorossi nella prossima stagione?

Circolano diversi nomi per la panchina giallorossa, vediamo nel dettaglio quali scenari aprirebbero alcuni tra i profili più gettonati

L’avventura di Paulo Fonseca sulla panchina della Roma sembra volgere inesorabilmente verso la sua conclusione. La sconfitta all’Olimpico contro il Napoli potrebbe esser stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso che era ormai andava riempiendosi da tempo. Ma andiamo con ordine, cercando di capire le cause e le motivazioni che portano a pensare ad una inevitabile separazione tra la Roma e il tecnico portoghese.

Prima di tutto il tempo: siamo a fine marzo e ancora nessun dirigente si è espresso in merito al contratto di Fonseca, che scade tra due mesi. La clausola di rinnovo in caso di qualificazione in Champions sembra un miraggio (a meno di un trionfo in Europa League, possibile ma complicato, visto che in caso di semifinale c’è lo United) visti gli ultimi risultati, perciò spetta alla proprietà decidere sul futuro di Fonseca.
Il secondo punto sono proprio i risultati, se nel girone di andata i giallorossi sono sempre rimasti nei primi quattro posti (salvo rare eccezioni), nel girone di ritorno (in particolar modo dopo che è cominciata la fase a eliminazione diretta dell’Europa League) la Roma ha lasciato tanti punti sul campo; migliorando il risultato rispetto all’andata soltanto contro il Verona (0-0 sul campo al Bentegodi, 3-1 all’Olimpico a fine gennaio). La squadra di Fonseca ha sofferto terribilmente l’impegno infrasettimanale, soprattutto dal momento in cui non poteva attuare quel turnover massiccio che aveva caratterizzato la fase a gironi della prima parte della competizione, ed è scivolata al sesto posto (settimo se la Lazio dovesse battere il Torino) perdendo praticamente tutti i confronti diretti. Infine, ci sono altre motivazioni, da non tralasciare, che allontanano Fonseca dalla panchina della Roma: ad esempio i contrasti con alcuni calciatori, (la questione Dzeko e le scaramucce con Pedro) o il fatto che la scelta di questo allenatore provenga dalla precedente proprietà. Probabilmente i Friedkin non sono stati mai convinti da Fonseca, ma per ragioni economiche e di tempo (un mese dopo il closing sarebbe iniziato il campionato) non sono intervenuti in estate, con l’intento di valutare l’operato del portoghese nel corso della stagione.

Salvo colpi di scena, quindi, ci apprestiamo a vivere il nono cambio di allenatore in dieci anni, con la solita curiosità e i dubbi che circondano i vari nomi che cominciano a circolare nell’ambiente romano. Vediamo però concretamente quali sono le figure alle quali Dan e Ryan Friedkin potrebbero affidarsi per provare a risollevare le sorti della Roma, che rischia seriamente di rimanere fuori dalla Champions League per il terzo anno consecutivo.

I nomi

Il primo allenatore accostato alla panchina della Roma, soprattutto durante la scorsa estate, e quello che più di tutti farebbe sognare la piazza giallorossa, è quello di Massimiliano Allegri.

 

 

 

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Un’alternativa che si è fatta strada negli ultimi tempi, e di filosofia completamente diversa dal nome precedente, è quella dell’attuale tecnico del Lipsia, Julian Nagelsmann.

 

Altro nome che da tempo orbita intorno alla Roma è sicuramente quello di Maurizio Sarri, una scelta che appare il giusto compromesso in termini economici e di spessore dell’allenatore.

 

Negli ultimi giorni si sta facendo largo, seppur con cautela, la candidatura di Ivan Juric, allenatore del Verona e figura di basso profilo, che potrebbe garantire una ripartenza senza troppi proclami per la prima vera stagione targata Friedkin.

 

Da non sottovalutare, infine, la pista che porta a Roberto De Zerbi, l’allenatore del Sassuolo potrebbe rappresentare la scelta a sorpresa della proprietà.

L’identikit

Massimiliano Allegri

Non ha bisogno di presentazioni Max Allegri, senza panchina dal 2019,  dopo le cinque stagioni con la Juventus con 5 titoli di fila, 4 Coppe Italia, 2 Supercoppe italiane e 2 finali di Champions League perse contro Barcellona (3-1 nel 2015) e Real Madrid (4-1 nel 2017). Il quasi cinquantaquattrenne tecnico toscano ha iniziato ad allenare nel 2003 dall’Aglianese (club della provincia di Pistoia), squadra con la quale aveva lasciato il calcio giocato. Dopo qualche anno di Serie C, nel 2006 segue il suo padre calcistico Giovanni Galeone all’Udinese, nel ruolo di collaboratore tecnico. Nell’estate del 2007 inizia a fare sul serio, sedendosi sulla panchina del Sassuolo e portandolo per la prima volta nella sua storia in Serie B, oltre a conquistare la Supercoppa di Lega di Serie C1.

Nel 2008 arriva la prima chiamata importante: l’allora presidente del Cagliari Cellino gli affida la panchina dei rossoblù, e Max si presenta al grande calcio italiano. L’inizio non è dei migliori: 5 sconfitte nelle prime 5 giornate. Ma grazie alla fiducia del presidente Cellino, Allegri proseguirà la stagione nel migliore dei modi salvando la squadra con largo anticipo. Le prestazioni convincenti in Sardegna gli consentono nel 2010 di accordarsi con il Milan dell’allora presidente Berlusconi, una squadra che dopo il ciclo di Ancelotti (ancora ricca di grandi campioni), cercava un tecnico giovane e con le giuste idee per tornare a vincere. Al primo colpo, e con un campionato dominato, Allegri conquista il diciottesimo scudetto rossonero, nonché primo della sua carriera. Resterà fino all’esonero di inizio 2014, conquistando sempre il podio in campionato e la Supercoppa Italiana nel 2011.

Nell’estate del 2015, dopo le inattese dimissioni di Conte, la panchina della Juve viene affidata proprio ad Allegri, tra lo scetticismo dei tifosi. Ma, come anticipato in precedenza, con la Juventus saranno 5 anni straordinari, ricchi di successi e con l’opportunità di realizzare il Triplete fallita ad un passo dal traguardo. Nel 2019 arriva la separazione dal club torinese, data la voglia di rinnovare il progetto tecnico manifestata da Paratici e Nedved in particolar modo.

Se volessimo identificare Allegri con un modulo, ci troveremmo in grande difficoltà: il suo è un calcio fluido, al servizio dei calciatori e delle loro caratteristiche (come dichiarato recentemente in un noto salotto televisivo), che non si basa su un sistema fisso ma varia in base al momento, all’avversario e alla necessità della squadra. Ha alternato difesa a 3 o difesa a 4, 2 punte o un attaccante solo a fare reparto, moduli con esterni e moduli con 3 centrocampisti a sostegno degli attaccanti. Insomma, la grande elasticità del tecnico toscano lo ha portato ad adattarsi sempre con successo a tutte le situazioni e i momenti delle sue squadre. Inizialmente si era visto un calcio più spumeggiante, ma quando il livello tecnico delle rose a disposizione si è notevolmente alzato, è riuscito a trovare sempre un ottimo equilibrio in campo, riuscendo a esprimere un calcio sempre propositivo, ma allo stesso tempo con i giusti accorgimenti (ad esempio gli abbiamo visto far giocare insieme Pato, Robinho e Ibra o Ronaldo, Dybala e Manzdukic in bianconero riuscendo a prendere sempre pochissimi gol). Il suo grande acume tattico e la sua grande personalità l’hanno portato ad evolversi da giovane allenatore promettente, a grande gestore di campioni addirittura cercato dal Real Madrid (come ammesso dal diretto interessato).

Caratterialmente l’ex Juve e Milan raccoglie insieme tutti gli aspetti della toscanità, che ha in comune con altri grandi allenatori toscani passati in Serie A negli ultimi anni come Sarri o Spalletti. Diretto, pungente, e spesso permaloso; le famose liti televisive con Adani o Sacchi ci consegnano un personaggio certamente spigoloso, ma che spesso attraverso l’ironia riesce a uscire da situazioni di difficoltà o domande scomode.

A livello contrattuale il tecnico livornese è certamente uno dei manager con le richieste più alte sul mercato. Il suo ultimo contratto con la Juve si aggirava intorno ai 7,5 milioni di euro, verosimilmente con una cifra vicina a questa i Friedkin potrebbero convincere Allegri a intraprendere l’avventura nella capitale. Basterà l’aspetto economico per portarlo a Roma?

Julian Nagelsmann

Il calcio ormai ha preso strade innovative e differenti, soprattutto nell’ambito dell’analisi delle prestazioni sia fisiche che tecniche e in quello della ricerca dei profili. I diversi software dei quali si avvalgono squadre di livello e società, come ad esempio quella di Charles Gould che ha consegnato ai Friedkin (tra gli altri) il nome di Tiago Pinto, rendono sempre più scientifica e meno istintiva la scelta di calciatori, allenatori e dirigenti. E sembra proprio che da questa ricerca, basata su dati specifici, sia uscito fuori come nome ideale per la panchina della Roma quello del tedesco Julian Nagelsmann, attuale tecnico del Lipsia. Siamo di fronte a un vero enfant prodige del calcio internazionale. Nagelsmann compirà 34 anni nel mese di luglio e ha già cinque anni e mezzo di panchine in Bundesliga alle spalle, pur essendo più giovane, ad esempio, di Edin Dzeko. La carriera del tecnico del Lipsia, infatti, inizia a 28 anni, nel febbraio del 2016 quando gli viene affidata la panchina dell’Hoffenheim, in quel momento penultimo e che alla fine della stagione conquisterà una miracolosa salvezza. Nel 2019 viene assunto dal Lipsia, per iniziare un progetto tecnico basato su calciatori giovani e idee di calcio innovative e di grande impatto. Conclude al terzo posto il suo primo campionato alla guida dei biancorossi, proseguendo il percorso di crescita degli ultimi anni targato Rangnick. Per il momento è secondo in campionato alle spalle del Bayern, al quale proverà fino alla fine a contendere il titolo.

Provare a spiegare il calcio proposto da Nagelsmann non è affatto semplice, è come entrare in un laboratorio di uno scienziato in perenne sperimentazione, che crea e trasforma continuamente la sua creatura in base alle situazioni. Difesa a 3 o a 4, attaccare o aspettare, stare più alti o difendere dentro la propria area di rigore: per il tecnico tedesco non esistono dogmi, ma tutto è conseguenza naturale di situazioni di gioco. Inculca alle sue squadre diversi schieramenti, allenando i calciatori ad utilizzare sistemi diversi anche nel corso della stessa partita. L’importante è la velocità d’esecuzione e l’abilità nel comprendere in maniera rapida come modificare assetto e atteggiamento in campo. La difesa a 3 è quella più utilizzata, poiché permette al suo Lipsia di occupare il campo in maniera più vasta e, soprattutto, gli consente di avere un numero maggiore di uomini nella metà campo offensiva. Il pressing rappresenta, probabilmente, l’ossessione più grande dell’allenatore tedesco, che chiede grande intensità alla sua squadra affinché possa riuscire in un recupero palla mirato a favorire una rapida e verticale transizione offensiva. Il sistema con cui il Lipsia pressa, che spesso fa giocare male le squadre avversarie, si basa su continue rotazioni in campo, qualsiasi sia lo schema iniziale. Le sue idee sono certamente figlie di quel gegenpressing alla tedesca tipico delle squadre di Klopp, ma ha attinto molto anche dal Bayern di Pep Guardiola. L’arma vincente di Nagelsmann è la sua leadership: riesce a convincere i suoi calciatori entrando nella loro testa, e motivandoli a tal punto da conferire loro quella concentrazione e quella fame con le quali in campo riescono ad applicare le sue idee. Intensità e aggressività sono dunque le due parole chiave del calcio di Julian Nagelsmann.

La personalità di certo non manca al giovane allenatore bavarese, anche perché se a 28 anni sei su una panchina di Bundesliga un motivo ci sarà. Non è un uomo per i riflettori, tanto lavoro sul campo e grande dedizione allo studio continuo, per cercare di migliorarsi ogni giorno di più.

Attualmente ha un contratto fino al 2023 a 5 milioni di euro a stagione, in una delle società più solide e ambiziose del panorama calcistico europeo. Una domanda serpeggia spontaneamente tra i tifosi, in tono ironico ma non troppo: perché dovrebbe venire a Roma?

Maurizio Sarri

L’ingresso nel mondo del calcio di Maurizio Sarri è una di quelle favole da raccontare ai propri nipoti. Una carriera da dipendente di banca fino all’età di quarant’anni, con il calcio che rappresenta una passione da coltivare ma non certo di primaria importanza. Poi, alle porte del nuovo millennio, arriva la svolta: Sarri decide di lasciare la carriera lavorativa e dedicarsi completamente al calcio, partendo dalla Serie C2 con il Tegoleto. Ma la fama è ancora lontana, dovrà aspettare 15 anni per raggiungere la Serie A, che arriverà con l’Empoli grazie ad un calcio innovativo e che regala spettacolo al pubblico toscano. La prima stagione in A sorprende tutti: i grandi club notano l’esordiente allenatore, nonostante la carta d’identità non faccia pensare ad una carriera (perlomeno ad alti livelli) praticamente appena iniziata. Alla fine De Laurentiis riesce a portarlo a Napoli, per iniziare un nuovo progetto tecnico dopo l’addio di Rafa Benitez. Le tre stagioni all’ombra del Vesuvio sono sensazionali: non sono arrivati trofei, ma il calcio del Napoli di Sarri ha incantato l’Italia e l’Europa per un triennio, addirittura fu coniato il termine “Sarrismo” per identificare lo stile di gioco espresso dei partenopei. Gli azzurri sotto la sua guida hanno fatto il record di punti (91 nella stagione 2017-2018), avvicinandosi più degli altri, assieme alla Roma l’anno prima che chiuse a 4 punti dai bianconeri, a contendere il campionato alla Juventus.

Il cambio di rotta voluto da De Laurentiis nel 2018 con l’approdo di Ancelotti a Napoli, portò Sarri a lasciare l’Italia direzione Londra, dove assunse la guida del Chelsea. In una stagione difficile e di ambientamento, riuscì ad arrivare al terzo posto in Premier e, soprattutto, a vincere l’Europa League nella finale tutta londinese contro l’Arsenal. L’esperienza oltremanica durò solo una stagione, e nell’estate successiva Sarri fu scelto dalla Juventus per sostituire proprio Allegri con l’obiettivo di portare un calcio più spettacolare a Torino. Tra mille polemiche e difficoltà di gestione, Sarri conquista a fatica il nono scudetto consecutivo dei bianconeri (primo della sua carriera), ma l’eliminazione agli ottavi di Champions contro il Lione gli costa l’esonero.

Se dici Sarri dici 4-3-3, modulo con il quale l’allenatore toscano ha incantato Napoli e l’intera Serie A. Il calcio del tecnico toscano prevede un possesso palla nella metà campo avversaria volto ad aspettare il momento giusto e trovare gli spazi per far male all’avversario. Ritmi alti, scambi veloci, movimenti coordinati sono le parole d’ordine per la costruzione di quel gioco spumeggiante che ha proposto Sarri, soprattutto tra Empoli e Napoli. La grande organizzazione tattica e la maniacale attenzione al dettaglio erano la forza dei partenopei, basti pensare a quanti gol abbiamo visto fare a Callejon su lancio di Insigne tagliando sul secondo palo, o ai famosi 33 schemi su calcio piazzato studiati da Mister Sarri. Eppure, prima di Napoli, il 4-3-3 non era lo schema fisso di Sarri, che ad Empoli utilizzava un 4-3-1-2 con il quale aveva esordito anche in azzurro, salvo poi cambiare in corsa. Sia durante l’esperienza a Londra, che alla Juventus, ebbe la forza (se pur non immediatamente) di accantonare il suo credo tattico per cercare di adattarsi alla rosa e ai campioni a disposizione. Se pur con ottimi risultati, in entrambe le avventure il tecnico toscano ha avuto problemi con gli spogliatoi.

Se per Allegri si è parlato di toscanità, ovviamente il discorso non è diverso per Maurizio Sarri: risposte piccate, carattere spigoloso e una sincerità spesso disarmante. La sua tuta, indossata in ogni partita (persino al Bernabeu) sino all’avventura con la Juventus, ha fatto storia. Se avesse allenato in Serie A quando ancora non era vietato fumare in panchina, avrebbe fatto concorrenza a Zeman in numero di sigarette accese durante i 90 minuti; invece, il povero Maurizio si è dovuto accontentare, in questi anni, dei mozziconi di sigaretta (non elegantissimi a dir la verità) per placare il nervosismo durante le partite.

Il tecnico è ancora contrattualmente legato alla Juventus fino a giugno, anche se il club bianconero dovrebbe pagare una penale di 2,5 milioni nel caso non attivasse il rinnovo per il terzo anno a 7 milioni netti a stagione. Ovviamente, le parti potrebbero trovare un accordo per liberare Sarri in caso di offerte, ma in questi casi è sempre complicato e per nulla scontato arrivare ad una stretta di mano (basti pensare al caso Spalletti, non liberato dall’Inter al momento dell’offerta del Milan a ottobre 2019), anche per non favorire dirette concorrenti. In ogni caso un’offerta pari o simile dovrebbe bastare per vedere Sarri a Roma l’anno prossimo, ipotesi che a detta di molti è la più probabile per il futuro della panchina giallorossa.

Ivan Juric

Allievo brillante di Gian Piero Gasperini, Ivan Juric inizia la sua avventura da allenatore non molto tempo fa, in molti, infatti, lo ricorderanno in campo con la maglia del Genoa fino a un decennio fa. Le prime esperienze dell’attuale tecnico del Verona sono proprio al fianco del suo mentore: prima fa parte dello staff del Gasp all’Inter, poi diventa suo vice nelle due avventure a Palermo durante la stagione 2012/2013. L’anno successivo assume la guida della Primavera del Genoa, mentre dopo altri dodici mesi gli viene affidata la prima panchina di una Prima Squadra, quella del Mantova. Nella stagione 2015/2016 torna a Crotone, questa volta da allenatore, conquistando una storica promozione in Serie A che convince Preziosi a portarlo a Genova, squadra nella quale aveva chiuso la carriera da calciatore. Dal 2019 siede sulla panchina dell’Hellas con ottimi risultati, mantiene i gialloblù sempre nella top ten del campionato conferendo un’identità calcistica ben precisa alla propria squadra.

Come ribadito più volte, Juric è un fedele seguace del calcio di Gasperini: è stato un suo calciatore, e dal Gasp ha appreso praticamente tutto, condividendo con l’attuale allenatore dell’Atalanta idee di gioco e metodi di lavoro. Il suo Verona, infatti, nell’ultimo biennio, si è conquistato l’appellativo di “piccola Atalanta”, proprio per le similitudini con il gioco dei bergamaschi. Alla base c’è, ovviamente la difesa a 3, marchio di fabbrica di Ivan Juric, dalla quale negli ultimi anni sono usciti talenti come Rrahmani e Kumbulla, e che quest’anno sta mettendo in luce il giovane Lovato. Poi due esterni di gamba (Lazovic o Dimarco e Faraoni sulla destra), un centrocampo robusto ma di qualità, e la libertà offensiva con la quale Juric alterna le due punte o i due trequartisti, a seconda del tipo di partita che intende fare. Il calcio del Verona è un calcio fatto di intensità, corsa e sacrificio ma soprattutto fondato su un principio: la marcatura a uomo. Come l’Atalanta, appunto, anche gli scaligeri giocano uomo contro uomo in tutte le zone del campo, accettando i duelli e rendendo la vita difficile alle squadre avversarie. Non a caso il Verona in questa stagione è una delle squadre con il miglior score contro le big (2 pareggi contro la Juve, pari con Milan e Roma, vittorie contro Napoli, Lazio e Atalanta). La squadra veneta ha un’identità forte e riconoscibile che l’ha portata, sotto la guida tecnica di Juric, a far divertire i tifosi veronesi e non solo.

Il tecnico croato è un uomo dell’est, a tratti spigoloso ma sempre onesto nelle dichiarazioni, duro con i giocatori e, se serve, anche con la stampa. Abbastanza schivo pensa soprattutto al lavoro sul campo piuttosto che alla ricerca di elogi in televisione.

A livello economico sarebbe certamente il profilo più facile da raggiungere, il tecnico croato ha un contratto fino al 2023 con il Verona a 1 milione di euro a stagione. Ma un profilo come il suo convincerebbe appieno il tifo giallorosso?

Roberto De Zerbi

Tra i profili più interessanti che la Serie A propone a livello di allenatori, c’è sicuramente quello di Roberto De Zerbi. Uno degli allenatori con le idee più innovative e dedite al bel gioco che si possa ammirare in Italia. Quarantadue anni a giugno e una carriera in panchina iniziata meno di dieci anni fa, partendo dalla Serie D. Nel 2014 inizia la sua avventura professionistica a Foggia, piazza nella quale aveva militato da calciatore. Le prestazioni convincenti con i rossoneri spingono il presidente Zamparini ad affidargli la panchina del Palermo nel settembre del 2016, ma come spesso capita agli allenatori che sposano il progetto rosanero, l’avventura in Sicilia durò pochi mesi, complici anche dei risultati molto deludenti.  Circa un anno dopo approda sulla panchina del Benevento, dove per la prima volta mette in mostra le proprie idee con una squadra che, se pur destinata alla retrocessione, esprimeva un calcio sempre propositivo e votato all’attacco, rendendo più che dignitosa la seconda parte della stagione d’esordio dei campani nel massimo campionato. Nell’estate del 2018 viene annunciato come tecnico del Sassuolo, squadra con la quale si consacra ad alti livelli costruendo un sistema di gioco che nel corso degli ultimi anni ha conosciuto punte di rendimento e spettacolo molto alte, pur non raggiungendo i risultati sportivi del Sassuolo di Eusebio Di Francesco.

Il modulo più utilizzato da De Zerbi è il 4-2-3-1, con esterni d’attacco a piede invertito, terzini alti e tanta fantasia alle spalle di un’unica punta che spesso diventa un regista offensivo. Il calcio di De Zerbi predilige un possesso palla che si avvicina al Tiki Taka di stampo spagnolo e che fa della pazienza e della ricerca di spazi offensivi con movimenti precisi e rodati le sue armi principali. Addirittura, nel maggio scorso, prima della ripresa dei campionati, il tecnico bresciano ha tenuto una videolezione all’Academy del Barcellona, nella quale per oltre tre ore ha raccontato la sua visione di calcio ammettendo come la costruzione dal basso (che tanto sta facendo discutere negli ultimi tempi) sia alla base del suo credo, e che crei molti più vantaggi che svantaggi per arrivare al gol. Altro aspetto fondamentale è sicuramente quello della difesa alta, con la squadra corta la circolazione di palla nella transizione offensiva diventa più semplice, e l’avversario spesso si ritrova in fuorigioco. Le squadre di De Zerbi sono poi maestre nello sfruttare l’ampiezza (grazie alla qualità e alla rapidità degli esterni) e nel contrattaccare con velocità e portando tanti uomini nella metà campo avversaria.

Roberto De Zerbi è un allenatore consapevole delle proprie capacità, non si è mai nascosto dietro la falsa modestia, dichiarando sempre di voler giocare un calcio offensivo ma soprattutto di avere grande ambizione. Negli ultimi anni non ha lesinato richiami anche pesanti alla sua squadra, rea di troppi cali di concentrazione e di un rendimento troppo spesso altalenante, che non le ha consentito di raggiungere l’Europa.

Il tecnico degli emiliani ha un contratto in scadenza a giugno, e guadagna un milione di euro. La Roma potrebbe essere la prima big della sua carriera, ripercorrendo il percorso che portò Di Francesco proprio dal Sassuolo alla Roma ormai 4 anni fa. E se fosse lui il nome a sorpresa dei Friedkin?

Perché sì, perché no

Analizzando i diversi profili accostati alla Roma negli ultimi tempi, c’è da capire però quali possano essere le implicazioni positive e negative di un eventuale sbarco nella capitale dei tecnici nominati fino ad ora. In poche parole, per quale motivo converrebbe a loro e alla società iniziare un percorso insieme, e quali potrebbero essere al contrario le insidie e le trappole nascoste dietro i vicoli di una città che ti glorifica e ti spedisce all’inferno in un tempo talmente breve che, talvolta, nemmeno permette ai personaggi in causa di rendersene conto.

È difficile trovare lati negativi ad un eventuale approdo di Max Allegri sulla panchina della Roma, forse impossibile. Sarebbe un evento che per certi versi ricorderebbe l’arrivo nella capitale di Capello più di 20 anni fa. Il tecnico toscano porterebbe la sua esperienza e il suo carisma in una piazza che ha assoluto bisogno di leader carismatici e di personalità, come insegna la storia. La piazza aveva già sognato due anni fa, per qualche settimana, quando si rincorrevano le voci su un possibile arrivo di Conte, ma alla fine rimase soltanto un’utopia di fine primavera, che alimentò soltanto la delusione e lo scoramento tra i tifosi. Gli stessi tifosi che oggi cercano di mantenere un basso profilo, e non esaltarsi all’idea di vedere un tecnico come Allegri seduto in panchina: un’altra delusione del genere farebbe molto male. Se volessimo trovare un lato negativo potrebbe essere la famosa “pazienza” sempre invocata nell’ambiente giallorosso: e se Allegri cominciasse male? Se la Roma a Natale fosse fuori dalle prime quattro? I tifosi sarebbero pronti ad aspettare ancora un allenatore del calibro di Allegri? La risposta sembrerebbe scontata, ma Roma non fa sconti a nessuno, e a pagare potrebbe essere finanche un allenatore come l’ex Juve. In ogni caso, però, la scelta del livornese metterebbe d’accordo tutti, e porterebbe un entusiasmo che da tempo non si percepisce più quando si parla di Roma.

Julian Nagelsmann sarebbe quel tipo di scelta che dividerebbe forse più di ogni altro tifosi e addetti ai lavori. In molti sposerebbero a priori il progetto tecnico del tedesco, rapiti e incuriositi dal fascino di un calcio innovativo e fondato sulla meticolosità del lavoro e degli allenamenti. Ma dall’altra parte ci sarebbe chi, scettico rispetto a profili come quello dell’allenatore del Lipsia e alla ricerca di un allenatore pragmatico, storcerebbe il naso di fronte a un nuovo inizio all’insegna di un calcio codificato, quasi scientifico. Inoltre, la giovane (anzi giovanissima) età e l’inesperienza fuori dal proprio paese potrebbe indebolire la sua posizione e portarlo inevitabilmente ad essere fagocitato dalle pressioni di una città come Roma. La personalità non manca, ma restano i dubbi su una scelta che sarebbe radicale e opposta a quella di Allegri.

Come anticipato, la scelta di Sarri appare, sulla carta, quella più realizzabile. Sia in termini economici sia in termini di condivisione di idee e prospettive. L’allenatore toscano arriverebbe alla Roma con un curriculum invidiabile: l’esperienza da esteta a Napoli, senza titoli ma con ottimi risultati e un calcio da stropicciarsi gli occhi, l’annata in Premier League con la conquista dell’Europa League e l’ultima avventura alla Juventus dove, senza brillare, ha portato a casa il campionato. Insomma, Sarri sarebbe la giusta via di mezzo tra un tecnico blasonato e di primissima fascia come Allegri e un allenatore promettente e dalle grandi idee come Nagelsmann. Probabilmente l’unico neo potrebbe essere l’ambientamento e il carattere di Sarri: nelle ultime due esperienze a Londra e a Torino, il tecnico ha avuto difficoltà con diversi calciatori e, quando ha faticato a imporre le proprie idee sul campo, è stato tardivo nel cambiare e trovare soluzioni differenti. Certamente non è un integralista, ma probabilmente non ama troppo stravolgere i propri schemi, accettando con difficoltà i cambiamenti.

La scelta di Juric, probabilmente, è quella che attira meno la piazza. Un profilo poco mediatico e che non ama apparire, prediligendo il lavoro sul campo. I risultati con il Verona sono dalla sua parte, ma non infiammano i tifosi, abbastanza scettici. Dalla sua parte avrebbe certamente il vantaggio di partire a fari spenti, una Roma targata Juric non inizierebbe con i favori del pronostico, e questo potrebbe permettere al tecnico croato di lavorare con più serenità e magari stupire, ritagliandosi un ruolo da outsider nel prossimo campionato. Ovviamente, come per altri profili, un inizio deludente porterebbe un mare di critiche che rischierebbe di far naufragare sul nascere il progetto tecnico. Il nome dell’attuale allenatore del Verona rimane comunque intrigante per la dirigenza giallorossa.

E se il nome a sorpresa fosse quello di De Zerbi? La sua candidatura per molti aspetti rispecchierebbe l’identikit del tecnico ideale per la Roma. Il suo nome, per molti aspetti, potrebbe essere accostato a quello di Nagelsmann (idee forti, calcio codificato, grande attenzione alla tattica), ma dalla sua avrebbe l’esperienza pluriennale nel nostro campionato, e quindi una conoscenza più approfondita di un torneo dove lo studio dell’avversario spesso supera l’attenzione al proporre idee. Certamente anche lui, come il collega Juric, sarebbe alla prima esperienza in una big; e probabilmente il suo gioco offensivo (almeno inizialmente) potrebbe portare risultati altalenanti e quindi poca sicurezza per una squadra che deve ripartire dopo il biennio Fonseca. Per ora il suo nome non è ancora uscito sui vari quotidiani (o almeno non negli ultimissimi giorni), ma potrebbe essere la carta nascosta nella mente di Pinto e della proprietà.

La possibile lista dei desideri

La rosa della Roma, almeno nei primi quattordici nomi, è molto competitiva, e presenta un buon mix tra giovani in rampa di lancio e calciatori più esperti e navigati. Ma cosa mancherebbe all’organico giallorosso per ognuno dei nomi di cui si è parlato fino ad ora?

Nell’ultimo decennio Allegri ha avuto l’onere e l’onore di gestire diversi campioni (Nesta, Seedorf, Pirlo, Ibrahimovic, Ronaldinho, Buffon, Chiellini e Cristiano Ronaldo sono solo alcuni nomi), e certamente l’abitudine ad avere rose di altissimo profilo non è facile da perdere. Dzeko, Pedro e Mkhitaryan sono gli unici tre profili davvero di alto spessore di cui la Roma dispone; ma i primi due (anche se con il cambio in panchina Dzeko potrebbe pensare di chiudere a Roma) sembrerebbero essere sul punto di partenza, mentre l’armeno deve soltanto confermare un rinnovo già accordato con la società. In ogni caso il punto di partenza, insieme al portiere, è il centravanti. Allegri ne ha allenati diversi e con differenti caratteristiche, quel che è certo è che non potrà essere un nome banale. Belotti per età e caratteristiche potrebbe fare al caso del tecnico toscano, così come anche Icardi (nome tornato di moda negli ultimi giorni, ma per ora una suggestione). Se dovesse rimanere Dzeko potrebbe anche essere avallato un investimento per Vlahovic, con il serbo che per un paio d’anni si alternerebbe con Dzeko. Il modulo, come detto, non è mai stato un problema per Allegri: si potrebbe partire da un 4-3-3 con la difesa confermata (ci sarebbero 4 centrali di ottimo livello), un centrocampo a 3 con Villar in regia e Veretout e Pellegrini a fare le mezz’ali. Davanti spazio a Zaniolo a destra con Miki a sinistra (le alternative ci sono) e un centravanti da scoprire. Probabilmente l’ex allenatore della Juventus chiederebbe qualche sforzo a centrocampo, vista la mancanza di alternative, e una riflessione da fare sui terzini (soltanto Spinazzola sarebbe certo del posto). Con 2/3 investimenti importanti e qualche elemento per puntellare la rosa nei ricambi, Allegri potrebbe avere tra le mani un’ottima squadra per rincorrere la Champions al primo anno. Poi magari, con l’aumento dei ricavi, si potrà pensare a nomi più importanti nel futuro.

Discorso diverso, invece, per Nagelsmann. Il tedesco ripartirebbe dalla difesa a 3, (alla quale numericamente potrebbero mancare un paio di alternative con Fazio e Jesus ai saluti) con meccanismi differenti rispetto a quelli visti negli ultimi mesi. Per quanto riguarda la scelta dei giocatori, più che i nomi, Nagelsmann lavora sulle caratteristiche. In Germania ha lavorato con diversi profili, con la giovane età come unica prerogativa immancabile per sbarcare a Lipsia. Ovviamente anche qui il discorso centravanti diventa di primaria importanza, da Werner a Fosrberg passando per Poulsen, la punta dei biancorosso è sempre stata una sorta di regista offensivo e certamente Dzeko sarebbe l’ideale per Nagelsmann. Ma resta il fattore età a un addio che sembra molto probabile. Potrebbe tornare a Roma Kluivert, che quest’anno ha lavorato con il tecnico bavarese e che si ricandiderebbe per un ruolo importante in giallorosso.

Disegnando sulla lavagna il 4-3-3 di Sarri, la formazione sarebbe quella già citata nel capitolo Allegri. Cosa mancherebbe alla Roma? Probabilmente un regista di grande qualità alla Jorginho: il tecnico toscano ritroverebbe Diawara, che però a Napoli era un’alternativa, e in questo momento non è certo di rimanere a Roma. Potrebbe lavorare su Villar, che però sembra avere caratteristiche differenti dal regista ideale per Sarri. Davanti c’è sempre il punto interrogativo del centravanti. Il nome di Icardi dovrebbe tornare in voga (Sarri lo aveva scelto per il post Higuain), ma soprattutto quello di Milik che ha già lavorato con il tecnico ex Juve. Ci sarebbe l’ipotesi Mkhitaryan prima punta, dato che il miglior Napoli si è visto proprio con un centravanti atipico. L’armeno terminale offensivo libererebbe il posto sulla fascia sinistra a El Shaarawy, che per caratteristiche si sposa a meraviglia con gli schemi del toscano. Anche il nome di Hysaj (più volte accostato alla Roma) tornerebbe di moda, anche se la stagione di Karsdorp difficilmente porta a pensare a un ritorno in panchina l’anno prossimo.

Ivan Juric e Roberto De Zerbi difficilmente arriverebbero a Roma con una lista di nomi pronta per Tiago Pinto. Anche perché profili come i loro sarebbero chiamati anche per valorizzare la rosa di cui la Roma attualmente dispone. Certamente potrebbero portare alcuni fedelissimi con loro: Juric sarebbe certamente felice di proseguire il lavoro con calciatori come Faraoni, Zaccagni o Lazovic. Mentre il tecnico bresciano aprirebbe un canale per Locatelli, al quale non rinuncia mai ed è fondamentale per il suo gioco, ma l’investimento da fare è veramente importante. Una richiesta sicura del tecnico del Sassuolo sarebbe quella del portiere: basando la propria manovra sulla costruzione dal basso, un portiere abile con i piedi è imprescindibile.

Sulla strada della Roma

Se i nomi di Juric e Nagelsmann sono per la prima volta accostati alla panchina della Roma, la stessa cosa non si può dire per gli altri allenatori; che per un motivo o per l’altro in passato sono stati avvicinati al club capitolino.

Nell’estate del 2013 dopo la dura sconfitta in finale di Coppa Italia, la Roma di Sabatini doveva ripartire dopo un biennio complicato. Massimiliano Allegri era stato il candidato numero uno, si parla addirittura di un accordo tra le parti definito nei dettagli e di un imminente annuncio del livornese come nuovo tecnico della Roma. Ma, alla fine, dopo una famosa cena (documentata da una famosa foto) con l’allora ad del Milan Adriano Galliani, Allegri decise di rimanere al Milan; salvo poi essere esonerato dopo la sconfitta per 4-3 di Reggio Emilia contro il Sassuolo del 12 gennaio 2014.

Sei anni dopo la Roma è nuovamente alla ricerca di un allenatore, dopo la separazione con Di Francesco e il finale di campionato targato Ranieri che firmò per soli 4 mesi. Il gran rifiuto di Conte aprì la caccia al tecnico. Uno dei candidati era proprio Maurizio Sarri, il quale secondo molti era il preferito di Franco Baldini. I contatti tra le parti non giunsero mai ad una fase avanzata, e l’offerta della Juve insieme alla difficoltà a liberarsi dai blues, allontanò il tecnico toscano da Roma. Infatti, il 16 giugno 2019, Maurizio Sarri fu annunciato come nuovo allenatore della Juventus.

In quelle stesse settimane, un altro nome orbitava attorno alla Roma per il posto da allenatore: era quello di Roberto De Zerbi. Il tecnico bresciano era reduce dalla sua prima stagione in neroverde, e la dirigenza giallorossa era affascinata dall’opportunità di portarlo a Trigoria. Non sono chiari i dettagli dei dialoghi tra la Roma e De Zerbi all’epoca, ma per stessa ammissione del mister degli emiliani, dei contatti ci sono stati. Secondo alcuni De Zerbi avrebbe rifiutato la Roma per portare a termine il suo progetto al Sassuolo, che nella testa dell’ex Benevento doveva portare i neroverdi in Europa nelle stagioni successive, emulando i grandi traguardi raggiunti da Di Francesco.

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