Roma saluta Tiago Pinto: un triennio da ‘normalizzatore’

Termina il mandato di Tiago Pinto a Roma, dopo quasi tre anni di lavoro e grande abnegazione alla causa. Ripercorriamo insieme vizi e virtù del suo lavoro

Arrivò a sorpresa, quando a Roma praticamente nessuno lo conosceva. Saluta oggi, prima della scadenza naturale del suo contratto, qualcuno dice per elevato stress o forse semplicemente perchè il suo ciclo a Roma è terminato. I Friedkin non sembrano essersi strappati i capelli anche se forse credevano di avere più tempo per rintracciare il suo sostituto.

Tiago Pinto in queste ore ha salutato tutti a Trigoria, con in tasca un bagaglio di esperienza straordinario, la vittoria di un trofeo internazionale, un altro sfiorato ma non difeso fino in fondo, diverse operazioni interessanti, alcuni gravi errori ma con un colpo di teatro finale, per lasciare un bel ricordo alla tifoseria.

ABBRACCI E RIMPIANTI – Ha chiuso il suo mandato con una vittoria in trasferta contro la Salernitana e un lungo abbraccio a De Rossi, che si è speso per convincerlo a restare fino a giugno al suo fianco. Tiago però è stato irremovibile, anche perché la richiesta di Daniele è arrivata fuori tempo massimo. Il dirigente giallorosso ha mostrato una professionalità straordinaria, lavorando fino all’ultimo secondo come se fosse ancora pienamente in sella del progetto sportivo,  portando a casa un colpo che sa, forse, anche un po’ di rimpianto.

Rimpianto sì, certamente un pizzico di amarezza, perchè Pinto, giunto nella capitale, nel solco del calcio sostenibile ha probabilmente dovuto rimodulare le sue idee, cercando un compromesso inevitabile con Josè Mourinho, voluto fortemente da Dan Friedkin per risvegliare ‘il gigante addormentato’.

Dirigente giovane, proveniente da una realtà come il Benfica dove la valorizzazione dei giovani è una delle colonne portanti del club, conoscenza di canali internazionali di alto livello e ristrutturazione di tutta l’area sportiva, lasciata in macerie dai precedenti gestori del club. Così Pinto era stato presentato dai Friedkin ma di lì a pochi mesi è arrivato l’accordo con Mou. Tra i due, al di là di una stima umana più volte sottolineata pubblicamente, il rapporto professionale forse non è mai stato idilliaco (eufemismo).

La scorsa estate all’interno del ritiro in Portogallo fu palese a tutti (cronisti e non…) il distacco ‘filosofico‘ tra le due anime portoghesi della Roma: la frustrazione da mercato e i ritardi legati al sostituto di Abraham, hanno acuito una distanza tra Mourinho e Pinto che in alcuni momenti di questi anni è sembrata palese anche nelle sfumature di alcune dichiarazioni.

Nessun odio, ma è inevitabile che il peso specifico dello Special One abbia quasi schiacciato quello del giovane dirigente. Alla Roma serviva un manager in grado di riportare normalità a Trigoria sul piano delle strutture sportive, della gestione del settore giovanile e del suo sviluppo, nell’area scouting da ricostruire completamente e così via fino alla quotidianità. L’ex Benfica ha posto in essere quanto i Friedkin gli hanno richiesto, operando per alcuni versi molto bene in un momento molto delicato per la storia della Roma, soprattutto sul piano finanziario.

RISTRUTTURAZIONE, INTUIZIONI ED ERRORI – E’ un fatto assoluto che al momento del suo sbarco a Roma tra esuberi e giovani della Primavera di rientro dai prestiti, Pinto abbia dovuto gestire un parco tesserati monstre e nel giro di un triennio è riuscito a piazzarli tutti, generando tra risparmio di costi e plusvalenze un incasso notevole per la società. Sul mercato in entrata ha oggettivamente commesso degli errori, forse legati all’inesperienza: al Benfica Pinto non era direttamente l’uomo mercato o il classico Ds come lo interpretiamo noi, ma un elemento di una struttura sportiva, composta da lui, Josè Boto (ex responsabile scouting) e Rui Costa (direttore tecnico). Dunque un organigramma diverso da quello che a Roma non è stato mai creato in questi anni.

E’ mancato, tanto, forse troppo sul piano della comunicazione, soprattutto dopo Budapest, quando affidò 24 ore dopo uno dei peggiori furti subiti dalla Roma nella sua storia recente,  ad uno stringato e algido comunicato, il commento sugli episodi arbitrali di quella sera. Sulla comunicazione a caldo, dopo le partite, laddove Mourinho legittimamente si è sentito a tratti abbandonato dalla società e dalla dirigenza. Non sulle conferenze stampa, nelle quali è apparso sempre molto onesto e chiaro in tutte le sue considerazioni, programmatiche e strutturali. Non ha voluto mai ipotizzare la creazione di una seconda squadra (di concerto evidentemente con la proprietà) pur conoscendone però i benefici, evidenti ormai a tutti in casa Juventus.

E’ mancato lo spunto, il guizzo, su calciatori giovani in grado di poter portare anche ad una patrimonializzazione del club. Baldanzi è l’unico esempio in questo senso, forse non arrivato casualmente in queste ore. E’ mancata la capacità di essere forse meno puntigliosi su alcune valutazioni (una volta Pinto si è definito ‘tedesco’ nel modo di condurre le trattative), e un comportamento meno spigoloso probabilmente avrebbe consentito alla Roma di incassare il sì definitivo del Sassuolo su Frattesi. Ma la sua prontezza non può non essere riconosciuta su altre operazioni, su tutte la trattativa che ha portato Dybala nella capitale, la lunga ed estenuante trattativa col PSG per Wijnaldum, piuttosto che la capacità di riuscire a trovare soluzioni sempre più a basso costo vista l’enorme spada di Damocle dell’UEFA e del Ffp.

L’affare in uscita fallito? Zaniolo al Bournemouth, che avrebbe portato nelle casse giallorosse la bellezza di 32 milioni di euro, ma il dietrofront fu del calciatore. L’affare in entrata non realizzato e che avrebbe avuto una resa straordinaria? Koopmeiners per circa 15 milioni, prima dell’affondo dell’Atalanta. Ma con i se e con i ma non si fa la storia.

Si è preso immediatamente la responsabilità della scommessa Renato Sanches, ma assumersi la ‘colpa’ preventiva non aiuta a prevenire le critiche che inevitabilmente pendevano sulla sua testa. Spendere quasi 8 milioni tra ingaggio e valore del prestito per un ex atleta o giù di lì è stato un grave errore che col senno di poi, forse, anche Tiago non commetterebbe.

Se ne va dunque un professionista che di certo ha tracciato una strada ma che avrebbe necessitato forse di un ulteriore dirigente in grado di affiancarlo, potenziandone il raggio d’azione. Se ne va un dirigente che ha saputo non spettacolarizzare il suo ruolo nella capitale e mostrare di concerto grande abnegazione alla causa, grande attaccamento ai colori, forse più off records che dinanzi alla luce dei riflettori. Non sarà ricordato come il miglior interprete del suo incarico nella storia romanista, ma di certo neanche come un distruttore. In bocca al lupo Tiago, obrigado.

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