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Quello che poteva essere, non è stato: auf wiedersehen Patrik

Salutiamo un talento purissimo, fin troppo delicato per brillare sul prato dell’Olimpico

Il nostro, caro Patrik, dev’essere per forza di cose un addio e non un arrivederci. Un addio, dispiace dirlo, ma senza rimpianti.
Perché di tempo per stare insieme c’è stato e nel tempo abbiamo cercato di ritrovare il talento che avevi mostrato a Genova.
Un po’ come accadeva a Peter Pan, che inseguiva affannosamente la sua ombra, nel tentativo di ricucirla alla sua persona: noi ti abbiamo visto rincorrere quella premessa di sogno che si era manifestata sul manto erboso di Marassi, ma senza riuscirci.
E’ rimasto un ricordo, non un punto di partenza.

La sfortuna, il destino e la casualità hanno avuto la loro parte in questo copione, senza dubbio, ma l’idea che il punto di svolta, o di rottura, ci sia stato e che non sia stato sfruttato rimane. Quel pallone da Febbre a 90 allo Stadium, regalato da Benatia e calciato addosso a Szczesny è stata la perfetta rappresentazione del concetto di “sliding doors“.
“E se…avesse fatto un pallonetto? O provato a dribblare il portiere? O provato a tirare con il destro?”

Il dubbio ce lo terremo per sempre, come il rammarico ma non il rimpianto.
Quando una storia d’amore non decolla, è meglio salutarsi, per non mancare di rispetto alla purezza del sentimento.
Perché amore puro poteva essere ma non è stato.
Allora Patrik, senza rancore, in bocca al lupo.
Rincorri e cuci sulla punta del tuo scarpino il talento che stai cercando e che forse in Germania hai già avuto modo di individuare.
Buona fortuna ma a mai più.
Non c’era più spazio per questo malinconico sentimento appartenente al passato.
Qui c’è da costruire la Roma del futuro. 

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