Gianluca Mancini è diventato il simbolo della nuova solidità della Roma. Da giocatore impulsivo e spesso sopra le righe, si è trasformato in un difensore maturo, costante e determinante. In questa stagione non ha commesso errori significativi, confermandosi tra i migliori in campo quasi ogni settimana. L’unica sbavatura — un’uscita imprecisa nel derby contro la Lazio — è rimasta un episodio isolato in un’annata finora impeccabile.
La crescita del centrale è stata anche mentale. I cartellini sono diminuiti – solo due, entrambi “utili” -, le proteste si sono spente e la leadership si è fatta più lucida. «Prima prendevo tanti cartellini e facevo proteste senza senso», ha ammesso di recente. «Ora cerco di essere più equilibrato», riporta Il Corriere dello Sport.
Anche sul piano tattico Mancini è diventato un elemento chiave per Gasperini. Le sue heat map mostrano una presenza costante nella metà campo avversaria, con una partecipazione attiva alla costruzione del gioco. Non più soltanto un difensore, ma un regista difensivo capace di interpretare il ruolo in modo moderno, ereditando quella mentalità offensiva appresa ai tempi dell’Atalanta.
La metamorfosi è completa anche fuori da Trigoria. Dopo un lungo periodo di assenza, Mancini è tornato in Nazionale, segnando un gol e ritrovando fiducia sotto la gestione Gattuso. In maglia giallorossa, intanto, è arrivato a 19 reti complessive, dietro solo a due mostri sacri come Aldair e Panucci tra i centrali più prolifici della storia del club.


