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Mancini: “Il 23 era il numero di Astori qui a Roma, è la prima cosa a cui ho pensato” (VIDEO)

Il difensore, e ormai centrocampista giallorosso, racconta le emozioni legate alla maglia numero 23 indossata da Davide Astori nel suo periodo romanista

Gianluca Mancini sta pian piano ritagliandosi sempre più spazio nella Roma, non solo come difensore centrale ma anche come centrocampista, vista l’emergenza infortuni a centrocampo. In un’intervista rilasciata al canale in streaming DAZN, il giovane giallorosso si racconta, parlando anche del suo legame con il numero 23 che porta sulla spalle:

Hai qualche scaramanzia prima di entrare in campo?
Niente di particolare, metto solo prima il para stinco destro dove è scritto il nome della mia compagna e poi il sinistro.

Fonseca vuole recuperare subito il pallone così come accadeva nell’Atalanta…
L’intensità negli allenamenti è simile, poi cambiano il modulo e le scalate però l’idea di Fonseca mi entusiasma. L’intensità fa da padrone nel calcio di oggi.

Hai contro Lukaku, come ti comporti, gli dai corpo?
No, vive di quello, è forte fisicamente, cerchi di rubargli il tempo il prima possibile, senza farlo girare.

Il più difficile da marcatore è il calciatore più piccolino come Mertens o Insigne?
Sì, bisogna concentrarsi tutta la settimana, pensare durante gli allenamenti che un tuo compagno di squadra sia uno di loro e rimanere concentrati per tutta la partita. Bisogna cercare l’anticipo solo quando sei sicuro, preferisco affrontare gli attaccanti più grossi, sull’aspetto fisico me la posso giocare così come di testa. Gli attaccanti più piccoli danno più fastidio.

Quanto tempo passate in camera?
Molto tempo. Se giochiamo in casa, ci alleniamo, pranziamo, abbiamo qualche ora libera, torniamo per cena e restiamo tutta la sera fino alla partita in camera. La viviamo bene, abbiamo tv, playstation, leggiamo libri.

Cosa leggi?
Come comportarsi con le persone, a volte sono istintivo.

Leggi i giornali?
No, pochi, non leggo i social. Posto qualcosa dopo la partita ma sono timido, anche se non sembra. Non amo fare interviste di solito.

Roma?
L’unico posto in cui ti perdi perché scopri cose nuove. Vivere qui è unico per la città, la gente che è molto calorosa.

La Roma?
I colori, la storia, i vari Totti e De Rossi, per uno come me che ha sempre visto tanto calcio è qualcosa di unico.

Senti una responsabilità in più vestendo questa maglia? Esiste un senso di appartenenza per questa maglia?
Certo che esiste e dobbiamo dimostrarlo. Dobbiamo fare il massimo e fare risultato sempre. La pressione ci deve essere ma deve essere positiva, una pressione per migliorare. Il salto è stato grande. Bergamo è più piccola di Roma, avverto questa differenza.

Tornando alle giovanili con la Fiorentina, la preparazione della gara è sempre la stessa?
No, è cambiato tutto. A quel tempo la vivevo in maniera tranquilla, andavo a scuola, vedevo gli amici e giocavo. Nei primi mesi in serie A a Bergamo ho capito che per stare in Serie A e rimanerci devi cambiare totalmente. Vivo per il calcio oggi: dormire bene, mangiare bene, fare lavori preventivi, se serve qualche massaggio e dedicarmi tutto per il calcio.

Com’è andata la prima convocazione in Nazionale?
Molto bella, mi sembrava di essere passato dalla Primavera della Fiorentina alla prima squadra. Ero in Under 21 e Di Biagio mi disse che Mancini mi aveva convocato. Andai fuori di me, chiamai i miei genitori, la mia compagna, ero contentissimo.

Sai chi ha indossato il 23 a Roma?
Sì. Scelsi quel numero e la prima cosa che pensai fu questo. Perché l’ha avuto lui (Astori, ndr). L’ho conosciuto per due mesi in ritiro a Moena con la Fiorentina e ci sono state tante persone che hanno parlato bene di lui e se tante persone parlano bene di un uomo vuole dire che quell’uomo lì era veramente speciale, era una persona fantastica e a pensarci oggi a distanza di poco tempo fa sempre male, è sempre un colpo al cuore.

La tua compagna?
Do tutto alle persone cui voglio bene. Lei la conosco da tantissimo tempo, stiamo insieme da 5 anni e vivevamo da 10 minuti dai nostri paesini. Ci siamo presi che eravamo bambini, abbiamo fatto tante esperienze da soli.

Ti dà qualche consiglio?
Mi critica sempre, dopo Bologna l’avevo chiamata ed ero arrabbiato. Mi disse che non dovevo essere arrabbiato e che dovevo stare zitto e tornare a casa, è molto critica nei miei confronti. È forte anche in questo.

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